Non solo materia

27 Dic 2020


Amore familiare

Nella Domenica della Santa Famiglia, immaginiamo che una ragazza dei nostri giorni scriva una lettera a Maria e che Maria risponda...

Cara Rut,

ho letto con grande attenzione la lettera che mi hai mandato e mi accingo a risponderti, mentre mi trovo a Nazaret, nella casa in cui abito con Giuseppe e Gesù.

Desidero anzitutto invitarti a lasciare da parte l’ansia da prestazione; può capitare, infatti, quando si ha a che fare con la mia famiglia, di sentirsi schiacciati da un modello tanto alto. Non ti preoccupare: prendi ciò che fa per te, con tanta serenità.

Mi chiedi che cosa spinge ad intraprendere l’avventura dell’amore. Mi confidi la tua titubanza, di fronte alle difficoltà di tante famiglie: è vero, perché dovresti intraprendere un viaggio che sembra quasi impossibile al giorno d’oggi? Ti risponderò con l’esempio di Abramo dal quale anch’io, in quanto ebrea, discendo. Come sai, egli «chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava». Anche tu sentirai un giorno la chiamata all’amore e a quel punto dovrai scegliere se amare quel ragazzo e rischiare, oppure se rimanere nella comoda sicurezza del tuo porto. C’è un’“obbedienza all’amore” che nasce in noi e, nello stesso tempo, c’è un Garante: si tratta di Dio, per il quale «nulla è impossibile», come mi disse l’angelo. Noi abbiamo sperimentato che è vero e che si tratta di un Garante fedele, che mantiene le promesse. È importante, però, che ogni giorno impari ad affidare la tua relazione a Lui, ad aprirgli le porte, perché possa diventare - passami l’espressione - un “rapporto a tre”.

Certo - come dici tu - “talvolta il rapporto si inceppa e sembra non ci sia rimedio”, come è accaduto ai tuoi genitori che, dopo alcuni anni logoranti hanno scelto di separarsi. Permettimi di dirti che la mia vocazione di mamma del Figlio di Dio è anche per te. Mi spiego subito. Quando Gesù, in croce, mi ha affidato Giovanni, ha inteso consegnarmi gli uomini e le donne di tutti i tempi, perché fossi loro madre. Così la mia famiglia, che oggi vive in Dio, esiste per avvolgere di amore familiare tutti coloro che ne sentono la mancanza, compresa te. Ti invito a venire spesso a trovarci, per ritrovare il calore e la luce di cui senti il bisogno. Eppure desidero anche darti un consiglio per il tuo avvenire. Vedi, ad Abramo fu concesso un figlio, secondo la promessa. Ma ciò che è sorprendente è che Dio, dopo questo dono, fece una richiesta davvero strana: chiese che gli fosse sacrificato. Non ti spaventare; ciò che voglio dirti è che spesso nella vita di coppia ti sarà richiesto di sacrificare. Vedi, Isacco rappresenta varie cose: la mia idea di amore perfetto, la mia realizzazione personale, l’idea di essere arrivati, la presunzione di essere a posto con Dio e di non avere bisogno di Lui. Tutto questo dovrai periodicamente sacrificarlo. “Sacrificare”, infatti, significa consegnare a Dio qualcosa perché diventi sacro, ossia pieno della sua presenza. Abramo si mise in cammino: ecco, nel cammino dell’amore occorre spesso sacrificare tutte queste cose, perché davvero Dio abiti il rapporto, concretamente e non a parole.

Mi ha fatto piacere conoscere i tuoi nonni; dalle righe che hai scritto, infatti, si intuisce quanto vuoi loro bene. Mi accenni al loro amore, che prosegue nonostante i litigi e le asperità. Ti chiedi come mai spesso l’amore, negli anni, diventi “litigarello”, come dite voi. Non so dirti bene il perché; tuttavia so per esperienza che esso, mano a mano che passa il tempo, si spoglia progressivamente dello zucchero, per acquisire sempre più sale. Uso questi termini perché a mio figlio piacciono particolarmente, soprattutto il secondo. Spesso ripeteva ai suoi discepoli che essi sono «il sale della terra», e lo riteneva un complimento. In ogni caso, quello che intendo dire è che, nell’amore maturo, occorre una certa dose di volontà. L’amore diventa sempre più una scelta, che comporta anche il sacrificio di sé. La cosa sorprendente è che essa può portare frutto anche in tarda età. Mi ha sempre colpito, infatti, la storia di Sara, la quale, per fede, «sebbene fuori dall’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso». Insomma, Dio fa fiorire l’amore anche nella vecchiaia; sempre, però, se gli si permette di agire.

Mi sto dilungando, ma permettimi di darti un ultimo consiglio, cara Rut. Ci sono due parole magiche che ho sperimentato nella mia famiglia. La prima è silenzio: il silenzio, qui a Nazaret, mi ha insegnato ad essere ferma nei buoni pensieri, intenta nella vita interiore, pronta a sentire le ispirazioni di Dio e la voce dei maestri. Ti invito a custodire un tempo di silenzio, per imparare dagli errori, ma anche per gustare la vita. La seconda parola è lavoro. Qui si lavora tanto, tutti. Esso ci permette di costruire, giorno dopo giorno, una famiglia unita e seria, senza però dimenticarci di vivere momenti di gioia in cui ci dedichiamo del tempo gli uni gli altri.

Ora ti saluto e ti abbraccio. Sai che quando vuoi, sono qui.

Tua,

 

Maria






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