Non solo materia

13 Apr 2020


Cose nuove fioriscono già

Ma siamo capaci di coglierle?

Le pie donne che si recano alla tomba di Gesù non nutrono certo aspettative. Sono lì per piangere la morte di un caro amico. In quel sepolcro, insieme al corpo dell’uomo, sono racchiuse – sigillate – tutte le loro speranze. La morte mette la parola fine, e per chi resta ci sono solo lacrime amare da versare; sembra impossibile guardare oltre, andare avanti…

Quante volte anche noi, come quelle donne, ci sentiamo incamminati verso un sepolcro, un vicolo cieco. E l’odore di morte – delusione, disperazione, paura, scoraggiamento, insensatezza – potrebbe diffondersi nei nostri pensieri, caratterizzare i nostri discorsi, condizionare le nostre scelte. Così finiamo per vivere la vita in difesa, perché temiamo la fregatura dietro l’angolo. La vita che, da bambini, parte sempre con incredibile slancio, come spinta a procedere, energia e gioia interiore, crescendo può trasformarsi proprio in un sepolcro dentro cui, dopo alcune inevitabili “fregature”, riponiamo sogni e aspettative. E allora ci accontentiamo di una vita mediocre, in cui persino la felicità è attutita da mille “se” e mille “ma”: “sono felice, sì, ma…”, “sarei felice se…”.

Eppure c’è un fatto che in questo modo trascuriamo: la vita non è un lungo grigissimo Sabato Santo, ma è la domenica di Pasqua; la vita non è un sepolcro presso cui piangere, ma è quel che succede dentro quel sepolcro magari proprio mentre noi piangiamo; la vita non è vinta (forma passiva) dalla morte, ma è vincente (forma attiva) sulla morte.

Dovremmo solo imparare, come fanno i bambini, a vivere affidati. I bambini, in genere, corrono dentro la vita con gioia, liberi di incontrare ciò che c’è così com’è, perché sanno che dietro di loro c’è sempre qualcuno pronto a sorreggerli. Con questa fiducia, i bambini riescono a giocare anche nei ghetti!

Lucien Rhein, uno dei pochi ad essere sopravvissuto ai campi di concentramento senza rimanere schiacciato dal peso della memoria di quegli orrori, racconta di aver coltivato fin dall’infanzia un atteggiamento tale da lasciar accadere la vita, che è anche un mistero per le criticità che pone:  “Io ho camminato nella mia infanzia senza toccare mai terra. Volavo. Perché qualcuno mi sorreggeva. Erano i miei genitori. Non è che io non avessi delle difficoltà, non è che non ci fossero delle criticità, è che io ero sorretto, cioè io mi potevo posare da qualche parte e il fatto di potermi posare faceva di me un bambino pronto all’esplorazione. Io correvo dentro la vita pieno di curiosità, pieno di slancio. Avevo una base. E sapevo che dietro ai miei genitori c’era qualcos’altro. Non è che loro me l’avessero detto, ma io lo sentivo”.

Questa è la via per non rinunciare alla curiosità, all’esplorazione, ai sogni… . Bisogna partire da un vero atto di fede. E allora si potrà stare comodi anche in un campo di tensione, perché avremmo quella leggerezza necessaria ad accorgersi che, al di là della pietra delle nostre disillusioni, qualcosa si sta già muovendo. La felicità, infatti, è possibile anche dentro la sofferenza, e quella novità che dia una svolta alla nostra vita prima o poi arriva. Perché dentro al sepolcro Gesù è risorto.

Forse che in questo periodo difficile che stiamo vivendo ci sia già in gestazione qualche bella novità?

Ogni tempo di crisi è anche un tempo di scelta. Ciascuno di noi, personalmente, è chiamato a fare una scelta. Come stare di fronte alla vita? Restare impietriti dentro i nostri sepolcri o riprenderci l’energia vitale che ci spinge fuori e ci fa incontrare cose belle anche al di là delle nostre aspettative?

Ne parla in questo video don Alberto Ravagnani:








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