Non solo materia

16 Dic 2018


Il Bene, radice eterna nell’umano spirito

Negli ultimi tempi ho dedicato il mio tempo libero alla lettura di Henry David Thoreau, in particolare del libro “Walden, ovvero vita nei boschi”, in cui l’autore, dopo due anni di vita in una capanna da lui costruita nel mezzo di un bosco sul lago Walden, vicino a Concord nel Massachusetts.

Fra le molte riflessioni esposte dal filosofo, un aforisma in particolare mi ha colpito per la sua bieca crudità di significato: il male che gli uomini fanno vive dopo di loro. Non ci vuole tanto per dire “sì, è vero”, perché ciò che la cattiveria umana ha seminato nel corso della Storia, ancora oggi si può vedere e, purtroppo, toccare con mano; viceversa mi sono chiesto: il bene vive dopo gli uomini, rimane impassibile al tempo?

Il Bene è l’autorealizzazione di se stessi, l’apice spirituale di una delle più naturali condizioni della specie umana: l’essere sociale; l’uomo è un animale e come tale conserva nel suo profondo animo la tendenza alla vita del branco. Secondo questa logica, il bene dovrebbe essere una condizione comune a tutti, eppure non tutti la sentono o la vivono in modo appropriato. Qualcuno infatti ha pensato, in quest’epoca di privatizzazioni del vivere comunitario, di anestetizzare il tutto con la filantropia e la beneficenza: Thoreau, grande sostenitore dell’autorealizzazione nella vita quotidiana, sosteneva che non c'è odore più cattivo di quello emanato dalla bontà corrotta: è l'umana e divina carogna che lo produce. Se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo. Nel pensiero del filosofo americano era infatti più nobile mettere se stessi al servizio del bene che non mettere il proprio soldo al servizio degli altri. Perciò, se il Bene è comune e farne dono può divenire un gesto spontaneo, come mai si è arrivati ad anestetizzarlo pur di farlo apparire tale e quale alla sua forma più spontanea? Per il bisogno, estremo e risorgente, di sentirsi autorealizzati. Chi non può fare il Bene spontaneamente, per pigrizia o poco tempo, ha comunque necessità di divenire parte di quel po’ di Bene che viene distribuito materialmente. Ed è qui che torna la tendenza umana del Bene: lo facciamo, volenti o nolenti, per il forte senso di appartenenza ad una comunità, il nostro essere sociale, così come la coscienza, richiamano in noi il forte e insopprimibile bisogno di far parte di un branco. E di aiutarci l’un l’altro.

Il Bene vive anche dopo di noi: è un seme piantato in ciascun essere umano e, che lo si voglia o no, tutti abbiamo una benché minima impronta a fare qualcosa di positivo. Non rimane che trovare il tempo, perché non siano solo i nostri soldi o i nostri beni materiali a parlare per noi, ma anche il nostro intero corpo a recitare nella grande scena della solidarietà.






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