Non solo materia

26 Dic 2020


La stella cadente, che non voleva cadere (nox erat)

Un bel racconto, carico di attesa, speranza e tanta dolcezza...
In un paesino, situato tra le più alte montagne delle tre Valli del sole e della luna, vive nella sua casina nella roccia un signore molto buono e gentile che fa il malghese. Il malghese è colui che cura le malghe, cioè i prati delle montagne e cura gli animali: le mucche, le capre, le pecore, i maiali. Questo signore gentile che vive da solo si chiama Tita. Tita è davvero un uomo buono, una persona accogliente, soprattutto quando noi alunni con le maestre, passiamo a trovarlo alla cascina, l’altra sua dimora nelle malghe. È la nostra gita fuori scuola, ed è bellissima. Lui accoglie tutti col suo sorriso e ci offre latte fresco delle sue mucche, biscotti fatti da lui con uova fresche delle sue galline, formaggio, sempre fatto da lui grazie ai suoi animali, e caramelle, che tiene in casa per tutti i bambini che vanno a trovarlo, mentre per le quattro maestre è sempre pronta la moca del caffè fumante sulla stufa a legna. Di contorno sul tavolo sono posti ghiottissimi biscotti, solo per le maestre, loro però dicono sempre di non voler disturbare troppo, a parte la maestra Nina che li mangia subito senza tante smorfie, poi tutte insieme bevono il caffè. Nel frattempo noi bambini giochiamo nel prato di Tita, poi lui ci mostra il suo santo lavoro: ci porta a vedere come si preparano i formaggi, come si mungono le mucche, come si taglia l'erba… A noi tutto questo piace da matti e tutti vorremmo imparare subito a fare il suo lavoro, ma come per tutte le cose ci vuole del tempo per imparare e fare poi bene. L’unica cosa che sapevamo già fare tutti bene, era raccogliere i fiori del prato e portarli alle maestre che erano sempre felici di riceverli, mentre a Tita portavano sempre i disegni che facevamo a scuola apposta per lui, infatti nella sua cascina lì al pascolo, regna una grande parete dove sono appesi tutti i nostri disegni e in basso, in fondo alla parete, io notai che stava appesa la nostra foto della scuola con tutti noi, le maestre e la faccina della maestra Nina circondata da un cuoricino piccolo, piccolo, piccolo, quasi invisibile. Quando la vidi stetti zitto, non dissi niente a nessuno, volevo avere un segreto tutto mio e finalmente lo avevo trovato. Io volevo molto bene a Tita e lo rispettavo tantissimo.
La notte e durante tutto il periodo invernale, Tita si ritirava nella sua casa nella roccia sopra la grande montagna, dove un enorme balcone dominava le tre Valli e il dirupo sottostante. A me quel dirupo faceva paura, tanta paura! A lui no. Si metteva lì tutte le sere, tutto solo, con lo sguardo sempre rivolto al cielo. Lui il cielo lo vedeva più bene di tutti noi che stavamo al paese - lo so di certo, ne sono sicuro - più lucente, più blu e nero che mai, la luna più gialla e poi le costellazioni erano ben delineate, ce lo diceva sempre quando andavamo a trovarlo alla cascina... Io però volevo andare a trovarlo anche alla roccia...
Passati i primi tre mesi dell’inizio della scuola, insieme a dicembre era arrivata anche la neve, tanta, tantissima neve - mia mamma mi dice sempre che sotto la neve c’è il pane… C’era così tanta neve che non si poteva più andare a trovare l’amico gentile Tita. Lui, come tutti sapevamo, si era fatto la scorta per l’inverno, perché col freddo e per la distanza, non sarebbe più sceso in paese dalla sua roccia, almeno fino a primavera, scendeva solo per andare alla cascina, che stava a metà tra la strada del paese e della roccia, per curare i suoi amati animali. Io e sicuramente qualcun altro dal paese la sera lo vedevamo sul suo balcone: tutte le sere stava lì, lo vedevamo piccolo, piccolo, con accanto il suo lumicino azzurro a fargli compagnia, quello che lui si porta sul balcone, quando esce a guardare le stelle. Io so cosa va a fare sul balcone. Quando andavo a trovarlo con la scuola, scoprii che di nascosto Tita raccontava una storia alla maestra Nina (...sempre lei...) e le diceva che d’inverno stava sul balcone per vedere le stelle cadenti, ma che la sua stella lo stava a guardare con l’aria da prendere in giro, senza voler cadere mai, e che lui esprimeva lo stesso i desideri, la guardava e lei, quella tremendona, gli rideva in faccia e non cadeva. “Ma insomma – dicevo io – povero Tita! La stella lo prende in giro, che tremenda…!” Poi pensai però che forse non era ancora giunto il momento per lui che si avverassero i suoi desideri. Stava lì così, impassibile, ogni sera, guardava in alto col suo sguardo sognante senza pretese e la stella, come al solito, lo prendeva in giro.
Una notte in cui tirava molto vento, Tita aveva il tormento: era nel suo letto ma non riusciva a dormire, allora uscì sul suo balcone a guardare se con quel vento forte la stella cadesse. Quella furbona era là, in bilico, al centro del cielo, ma piano piano il vento la spostava verso gli altissimi pini… Da lontano, la stella cadente di Tita lo guardava sorniona, non voleva cadere, gli trasmetteva le onde sonore facendogli capire che, per lei, non era ancora giunto il momento di far avverare il suo desiderio, ma lui a quel punto pensò che alla stella piacesse star là, punto e basta. Per dispetto quella tremendona, guardandolo da lontano, con gli occhi spigolosi e il sorriso beffardo, decise di cadere! Lui la guardava speranzoso, ma conosceva la sua stella e non si fidava un granché'. Ad un certo punto, mentre Tita guardava intensamente la sua stella spremendo forte le meningi, decise che la sua forza d’attrazione l’avrebbe avuta vinta sulla sua stella, facendola cadere... E così fu!!! Dandosi uno slancio pazzesco, la stella mattacchiona si staccò dal centro del cielo e con una scia immensa si diresse verso i desideri di Tita. Finalmente stava cadendo davvero! Ma ad un tratto... Tac! Si andò a posare su un pino. “Quest’anno farò la stella di Natale su questo pino, per il tuo desiderio c’è tempo”, disse la stella. Piuttosto che dargli soddisfazione, la stella decise di aspettare ancora un po’. Io da lontano vidi tutto, percepii a distanza lo stato d’animo malinconico e l’espressione rammaricata del mio amico Tita (sì, perché avevo deciso che Tita era il mio amico, il mio grande amico). Lui era rientrato in casa, io no. Dalla finestra di casa mia, vedevo la stella che si agitava sull’albero mossa dal vento; tutto intorno, sulle montagne innevate splendeva la luce della luna che le illuminava, erano splendide, era uno spettacolo unico al mondo, sembravano essersi radunate lì apposta per esprimere la loro natura, maestosa più che mai. Ad un certo punto, nemmeno ebbi il tempo di rannicchiarmi alla perfezione sotto le coperte del mio lettuccio, che... Baaammm! Sentii una botta tremenda provenire dalle montagne. Guardai fuori e vidi che la stella del mio amico Tita era caduta dal pino e si era incastrata negli alti alberi. Era là in quella pineta che si divincolava tra i rami, più arrabbiata, che impaurita. Io, dalla finestra di camera mia, la vedevo dimenarsi tra gli alberi col suo chiarore che andava e veniva, come quando la luce un po’ c’è e un po’ va via. Pensavo: “Le sta proprio bene, così impara a fare troppo la preziosa!”. Andai poi nel letto, ero davvero tanto stanco, chiusi gli occhi e... Aimè, feci gli incubi! Avevo fatto un pensiero negativo prima di addormentarmi e non si devono mai fare pensieri negativi, solo pensieri positivi, soprattutto prima di addormentarsi e soprattutto se si è bambini! Mi pentii subito per quello che avevo pensato della stella e riformulai il mio pensiero, lo spinsi su tutt’altro binario e capii subito che la stella aveva un altro compito da portare a termine prima di arrivare a Tita.
Era arrivato il Natale. Io amo il Natale, perché nasce Gesù. Quella notte magica guardai verso la montagna… La stella non c’era più: era andata a posarsi sopra la Capanna del Presepe del paese. Stava là sorridente, calma e attenta, doveva proteggere la sua Famiglia e cioè tutto il Presepe e le persone che andavano lì intorno a pregare o anche solo a far visita. Il suo era un incarico importantissimo e la stella lo faceva con gioia, dedizione e tanto, tanto, tanto amore.
Poche notti più in là, quando tutta la gente del paese dormiva (tranne io), la vidi staccarsi dal Presepe e salire in cielo, lasciando sopra la Capanna solo la coda, giusto per non lasciare il Presepe incustodito, perché -  mi aveva spiegato la mia mamma - che la stella aveva preso il nome di Stella Cometa. Si rimise così al centro del cielo con lo sguardo verso il balcone del mio amico Tita, e guardava, in attesa che lui la vedesse per uscire a salutarla. Tita uscì, avvolto da una coperta pesantissima e sempre col cappello in testa. Si sedette sulla solita seggiolina che aveva fatto con le sue mani e con gli occhi pieni d’amore, di pace, di gioia. Guardò il suo cielo e la sua Stella. Brillava tantissimo e, ad un certo punto, dopo aver raccolto tutto lo sguardo e l’attenzione di Tita, la Stella cadde, lasciando una scia immensa, magnifica e più lucente che mai! Sorridendo poi, la Stella se ne tornò al suo posto sulla Capanna. Tita chiuse gli occhi ed espresse il suo desiderio. Io, dalla mia finestra, vedendo tutta quella meraviglia ricca di gioia, mi sentii felice come un bambino... Ma ero un bambino! Comunque ringraziai l’Altissimo per avermi regalato un dono così grande, quello di partecipare alla gioia di un’altra persona e per lo più quella del mio amico Tita, anche lui il più grande dispensatore di gioia del mondo. Prima di rimettermi a dormire guardai ancora una volta verso la montagna e vidi che Tita non era rientrato in casa, ma stava ancora sul balcone, sulla sua seggiolina, con la sua coperta, con accanto la sua Nina.

 

Da una nostra lettrice, Eleonora Borghetti.






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