Riflessioni

13 Lug 2016


AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO

Lc 10, 25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: "Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno". Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così».

 

Riflessione

 

La Parabola del cosiddetto “buon samaritano” fa seguito alla narrazione lucana dell’invio dei settantadue in missione e del loro gioioso rientro: “i settantadue ritornarono pieni di gioia”. Per questo Gesù ringrazia il Padre: “Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e intelligenti e li hai rivelati ai piccoli” (Lc 10,21). I settantadue sono stati capaci di “essere piccoli” nell’accettare la loro missione. Ora il percorso formativo dei discepoli continua: occorre essere dei “buoni samaritani”. Ecco il motivo della parabola.

Tutto inizia e finisce col fare: fare come domanda, all’inizio, e fare come risposta ed imperativo, alla fine.

All’inizio c’è la domanda: “Maestro, che debbo fare per avere in eredità la vita eterna”. La domanda tocca l’esistenza della persona umana, il suo impegno pratico nel suo quotidiano. Dopo la narrazione della parabola, alla fine, vi è una risposta in forma imperativa: “Và, e tu pure fa’ lo stesso”. Al centro della narrazione c’è il verbo fare. Si tratta, insomma, di concentrarsi su cosa bisogna fare.

Anzitutto dobbiamo cambiare il concetto che noi abbiamo di “prossimo”. La legge raccomanda di amare Dio ed il prossimo. Chi tra di noi non sa dire chi è il suo prossimo? Eppure il “dottore della legge” osa chiedere a Gesù: “Chi è il mio prossimo?”. Per lui, l’accento cade sull’aggettivo possessivo mio: ponendosi al centro della relazione, il prossimo suo è la persona che lo ama, lo onora, lo ascolta, gli fa piacere; tutto centrato su di lui, insomma.

Ma il vero amore verso il prossimo è centrato verso l’altro. “L’amore è essenzialmente diffusivo”. Devo essere io “a fare qualcosa” all’altro. Siamo chiamati ad essere il soggetto attivo di una relazione. Infatti, il cosiddetto “buon samaritano” si avvicina al prossimo bisognoso d’aiuto, ne prova compassione, gli fascia le ferite dopo averle curate con dell’olio e del vino, lo carica sulla sua cavalcatura e lo conduce in una locanda e rimane con lui. Il giorno dopo non lo abbandona ma si assicura che alla locanda ci fosse qualcuno disposto a prendersi cura di lui: “abbi cura di lui e quello che spenderai in più te lo restituirò al mio ritorno”. In solo due versetti – (33-34) – sono presenti 9 verbi, due dei quali sono “avere compassione”. Quest’espressione è cara a Luca poiché è la caratteristica fondamentale di Dio: le sue viscere materne si muovono di commozione alla vista della sofferenza dell’uomo. Infatti, Papa Francesco afferma “è proprio di Dio usare o avere misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza” poiché, come afferma il salmista, “Dio risana i cuori affranti e fascia le loro ferite” (Sal 147, 3.6). Avere compassione è una tipica azione di Gesù: quando incontra la vedova di Naim che stava portando il suo unico figlio al sepolcro, per esempio, Gesù ne ebbe compassione (Luca 7, 11-17). Siamo dunque invitati, nella nostra società, ad avere compassione. Se abbiamo questi sentimenti possiamo fare tutto, a partire dal prenderci cura del prossimo, come fa il “buon samaritano”.

Il discepolo è colui che fa propri i sentimenti e le azione del buon samaritano: avere compassione. Infatti quando Gesù chiede “quale di questi tre è diventato, secondo te, prossimo di colui che si è imbattuto nei banditi”, la risposta è fortissima e certa “colui che ha avuto compassione di lui”. Ora la conclusione: “Và, e tu pure fa lo stesso”.

Si deve tralasciare la concezione egoistica di prossimo, secondo la quale il prossimo è colui che è della mia razza, della mia cultura, del mio popolo e della mia religione. Il prossimo, in senso autentico, è colui che mi sta accanto, soprattutto colui che ha bisogno del mio agire consolatore. Ricadono, così, in questa accezione di prossimità, anche i profughi, che non sono della mia razza, della mia cultura, del mio popolo e della mia religione, etc., ma che hanno bisogno dei miei sentimenti di compassione e di amore. Cari lettori, “Andate, e pure voi fate lo stesso”.






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