Riflessioni

08 Giu 2016


COMPASSIONE DI FRONTE ALLA MISERIA UMANA

Vangelo Lc 7,11-17

11 In seguito [Gesù] si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla.  12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei.  13 Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!".  14 E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Giovinetto, dico a te, alzati!".  15 Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre.  16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo".  17 La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione”.

 

Riflessione

Il brano  di questa domenica è tipicamente Lucano  e non ha un testo parallelo negli altri Vangeli sinottici. Luca narra che tutto succede alla “porta della città di Nain”, dove i  due gruppi s’incrociano: mentre Gesù, la vera vita, i suoi discepoli ed una grande folla entrano in quella città, incrocia  un corteo funebre: il morto, la  madre che era vedova e molta gente. Da una parte c’ è la vita e la gioia e dall’altra la morte e la tristezza. Il morto è un giovinetto, “figlio unico di una vedova”. Una tragedia per la donna che è già vedova, cioè senza protezione poi, le muore il suo unico figlio, ovvero l’unica sicurezza per il suo futuro, l’unico appoggio economico per la sua vecchiaia.  La vedova sta piangendo.
Gesù concentra l’attenzione e lo sguardo sulla vedova e sul “giovinetto morto”. Gesù vede la donna, si commuove davanti alle sue lacrime, al suo pianto che esprimono immenso dolore e  le indirizza una parola di conforto: “non piangere”. L'iniziativa appartiene a Gesù: è Lui la vera vita e il vero consolatore, che per primo,  vedendola,  si commuove – avendo compassione - e  la consola; poi agisce toccando la bara e dicendo al morto: “giovinetto, dico a te, alzati”. Gesù vede, ha uno sguardo attento, uno sguardo rivolto alla sofferenza del suo popolo, ai dolori, al pianto, alle lacrime. Gesù si ferma davanti alla sofferenza e al pianto e non alla morte. Come il buon samaritano, che era in viaggio, vide e ne ebbe compassione. L'iniziativa divina riporta la nostra mente agli  interventi salvifici nella storia del popolo di Dio, ad esempio quando Dio dice a Mosè: “ho visto la sofferenza del mio popolo in Egitto”. Come Dio, Gesù e il buon samaritano siamo invitati a vedere il pianto, le lacrime,  a saperci soffermare davanti alla sofferenza delle persone che incrociamo nel nostro camminare.
Luca afferma che “il Signore ne ebbe compassione”. Il verbo usato è lo stesso che Luca usa nella parabola del buon samaritano (Lc 10,33) e del padre misericordioso (Lc 15,20). Nella Bibbia questo verbo si usa per indicare la commozione di Dio e del suo inviato. Infatti, è usato avendo Dio o Gesù, o un inviato di Dio come soggetto. Dobbiamo dunque anche noi, come suoi inviati, avere compassione di fronte alla miseria umana; è questa miseria e non la morte che deve provocare in noi sentimenti di compassione. Tuttavia non dobbiamo fermarci al solo sentimento di compassione, ma dobbiamo andare oltre come Gesù: accostarci alla bara, toccare e dire al morto alzati e poi sapere dare   la nostra com-passione  alla madre. Gesù tocca la bara: va oltre alle proibizione o alle regole culturali e sociali dell’epoca, non ha paura di contaminarsi. Gesù consegna il giovanetto ora vivo a sua madre, restituisce la vita e la relazione: dare alla madre è restituire la sicurezza, l’appoggio per il suo futuro e la sua vecchiaia. Saremo noi capaci di restituire la sicurezza, l’appoggio ai tanti fratelli che incrociamo sulla  strada, fratelli delusi, frustrati, disperati e che piangono?






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok