Riflessioni

02 Giu 2016


CURA E DISTRIBUZIONE DEI DONI RICEVUTI

Lc 9, 11-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


Riflessione

L’episodio narrato da Luca si svolge in un luogo deserto non molto lontano da Betsàida, una città della Galile. Nei versetti precedenti alla lettura proposta viene raccontato il viaggio missionario degli apostoli e il loro ritorno da Gesù. Molto bella è l’immagine del loro arrivo: Gesù li prese con sé per ritirarsi in disparte (Lc 9,10). Anche se Gesù aveva l’intenzione di essere in disparte con i suoi discepoli, la folla lo segui.  Di fronte a tutti quei volti Lui rompe gli schemi, cambia programma, non più il ritiro silenzioso con “i suoi”, ma l’incontro con circa cinquemila uomini, che immaginiamo tutto altro che silenziosi e desiderosi di pregare… Gesù li accoglie, si immerge nella folla e si prende cura dell’anima delle persone e del corpo di quanti erano ammalati. Ma questo spendersi da solo per gli altri a Gesù non può bastare. Di fronte all’imperativo degli apostoli “Congeda la folla…”, Gesù rilancia con un’indicazione precisa “Voi stessi date loro da mangiare”. L’azione del prendersi cura della folla passa ora agli apostoli, con il preciso compito di soccorrere la gente che ha fame, fame di cibo, di conoscere chi è questo Gesù, fame di Dio. Si pone però un problema molto concreto: cosa dar loro da mangiare se a disposizione ci sono solo cinque pani e due pesci? Ricordiamoci che siamo quasi sulle rive del lago Tiberiade.
Il pane e il pesce è cibo semplice ed essenziale che nel contesto evangelico oggi verrebbe definito “cibo a Km0”, frutto della natura di quel territorio e del lavoro dei suoi abitanti. Gesù prende quel poco che ha e, compiendo i gesti propri dell’Eucarestia, compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Gesù dona ciò che nutre veramente, ma questo cibo non lo consegna direttamente alla folla, lo affida ai discepoli affinché lo distribuiscano. Poco prima Gesù chiedeva ai discepoli che si prendessero cura della folla (“voi stessi date loro da mangiare”), ora Gesù dà ai discepoli dei pani affinché li “distribuissero alla folla”. Ai discepoli di Gesù viene chiesto di prendersi cura della folla affamata nel deserto della vita ma anche di distribuire ciò che Gesù ha moltiplicato. Il dono che dobbiamo consegnare alla folla non è mia proprietà ma è Gesù che ne ha moltiplicato. Gesù ci affida una missione: quella di prenderci cura e di distribuire. Trattasi di spezzare il pane per donarlo in maniera gratuita. Questo presuppone vincere la paura della privazione e la chiusura data dall’egoismo, atteggiamenti oggi acuiti dalla crisi economica e di valori. Ma l’amore che contraddistingue la gratuità del dare senza pretendere qualcosa indietro genera altro amore, diventa fonte di fratellanza, di comunione, anche in una folla di volti sconosciuti, ma che sappiamo essere tutti figli di un unico Padre.  C’è un altro aspetto molto importante da considerare ed è quello del rispetto e della responsabilità verso il dono della “creazione”. Il miracolo scaturito dal gesto dell’accoglienza e del dono non solo riesce a saziare tutte le persone, ma produce una sovrabbondanza di cibo che avanza. Nulla viene gettato, ma raccolto in ceste, pronto per continuare a sfamare.
(pubblicata nella Vita del Popolo – Diocesi di Treviso)






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