Riflessioni

12 Ott 2016


GRATITUDINE PER TESSERE RELAZIONI D'AMORE

Lc 17, 11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

 

Riflessione

Il brano del Vangelo di Luca dedicato alla guarigione dei dieci lebbrosi è inserito nel contesto del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. L’evangelista, infatti, introduce il brano con un accenno agli spostamenti di Gesù “lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea” (v. 11). Gesù passa nei territori ai margini della Giudea, territori degli esclusi, degli emarginati dalla società, delle persone prive di qualsiasi diritto; terre dove si trovano anche i lebbrosi. Secondo le prescrizioni rituali del tempo, i lebbrosi erano considerati impuri e non avevano il diritto di entrare in un villaggio, né potevano avvicinarsi a nessuno: dovevano rimanere a distanza. La loro sorte era veramente miserabile: erano condannati a nascondersi e a tacere, all’isolamento. Essi sapevano che erano sempre discriminati, segregati. Ma Gesù dimostra un altro atteggiamento, quello dell’apertura verso gli esclusi: Gesù passa nel loro territorio e va verso di loro. Quest’apertura di Gesù spinge i dieci lebbrosi del nostro brano a non nascondersi più. Essi rompono il silenzio, implorando con audacia la guarigione: Gesù, maestro, abbi pietà di noi. I lebbrosi riconoscono la salvezza di Dio presente e attuata nella persona di Gesù: lo chiamano “Gesù” cioè “Dio salva”. Sono i primi a chiamare Dio per nome. Oltre i lebbrosi, nel Vangelo di Luca, solo il cieco (18,38) e il malfattore in croce (23,42) pronunciano il nome di Gesù. RiconoscendoLo come salvatore, rivolgono a Lui con piena fiducia la loro invocazioneabbi pietà di noi”; “E mentre essi andavano, furono purificati”. Ma solo uno passa da semplice guarito a salvato, perché diversa è la reazione: a guarigione avvenuta solo uno di loro, il samaritano, riconosce che ciò è avvenuto grazie alla potenza di Gesù, e per questo ritorna indietro “lodando Dio a gran voce”. Allora Gesù fa notare che è molto importante e doveroso rendere grazie: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.

Ai nove che non tornano indietro è sufficiente la guarigione. Non tornano, forse perché smarriti nel vortice della loro felicità, negli abbracci ritrovati. E Dio prova gioia per la loro gioia, come prima aveva provato dolore per il loro dolore. Non tornano forse perché sentono la salute come qualcosa che è loro dovuto, non come un dono; come un diritto, non come un miracolo. La consapevolezza del dono ricevuto, invece, fa tornare indietro uno di loro: egli avverte immediatamente che la pienezza di vita non sta semplicemente nel corpo ma anche nello spirito. Per questo occorre entrare in comunione con il Donatore e non solo con i suoi doni. Di qui l’importanza di rendere grazie: la gratitudine, l’amore riconoscente, ha un valore salvifico, in quanto permette ai doni di Dio di produrre tutti i loro frutti; se non c’è il ringraziamento, i doni di Dio non ottengono a pieno i loro frutti. Un miracolo non è veramente ricevuto, se non per mezzo della gratitudine. Se c’è la gratitudine, allora c’è la relazione vivificante con Dio: una relazione di amore. Ecco perché la Chiesa, già dai primi tempi, ha scoperto e valorizzato l’atto di rendimento di grazie vissuta e celebrata nell’Eucaristia, che è, appunto, un rendimento di grazie. Celebrando, noi rendiamo grazie al Signore per i doni ricevuti.

Questo ci fa pensare ad una delle tre parole che Papa Francesco richiama spesso: “permesso”, “grazie”, “scusa”. La seconda parola è “grazie”. Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo dire tante volte anche pubblicamente. La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui. Se la vita famigliare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Ricordiamo la domanda di Gesù, quando guarì dieci lebbrosi e solo uno di loro tornò a ringraziare (cfr Lc 17,18). Una volta ho sentito dire da una persona anziana, molto saggia, buona, semplice, ma con quella saggezza della pietà, della vita: “La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra delle anime nobili. Quella nobiltà dell’anima, quella grazia di Dio nell’anima ci spinge a dire “grazie”. È il fiore di un’anima nobile. È una bella cosa questa!”.






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