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17 Gen 2018


Lettera di un romano a Elazioria (Gv 1,35-42)

Che cerchi? Che cercate?

Carissima Elazioria[1],

Prima della mia partenza dal Montello, o dalla zona montelliana, verso i sette Colli su cui fu fondata la città di Roma - come aveva accennato il nostro vicario foraneo - mi avevi gentilmente chiesto se, durante il mio soggiorno romano, potessi condividere con te tramite mail le mie riflessioni bibliche di ogni domenica. Ora ho deciso, sperando d’essere regolare e puntuale, di scriverti non solo una mia “riflessione”, ma una lettera per poter  esaminare con te “ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso” (Lc 24,19-20) e che, dopo la sua passione, “si mostrò vivo, con molte prove, apparendo ai discepoli per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (At 1,3). E tutt’ora, dopo duemila anni, si parla ancora di Lui, che ha tantissimi fedeli. Pure tu, cara Elazioria, sei una seguace di quest’Uomo “potente in opere e in parole”.

Anch’oggi, vedendoti seguirLo, si volta e ti chiede che cerchi?come fece con due dei discepoli di Giovanni il Battista che, dopo aver sentito la testimonianza del loro maestro, seguirono Gesù (Gv 1,35-42). Cristo non chiese “che cosa volete?”, come avrebbe fatto chiunque; infatti, Eliazoria, chiese “che cercate?”. Lo sai che questa è la prima parola nel Quarto Vangelo che Gesù pronuncia? Le Sue prime parole nel testo di Giovanni formulano una domanda: “che cercate?” che Gesù - ancora oggi - rivolge a te, a me e a tutti noi, questa domanda; Lui ti obbliga a interrogarti costantemente: “Che cosa cerchi?”, “Perché mi vieni dietro?”, “Qual è il tuo desiderio?”, “Che cosa attendi da Gesù, dalla tua fede in Lui?”, “Chi cerchi veramente?”, “A che cosa aspiri nella tua vita?” Ti sei mai fatta queste domande? Erano tutte contenute nel Vangelo che forse hai ascoltato domenica scorsa insieme alla tua comunità. Potresti allora osare rispondere. Prima di tutto dobbiamo avere chiaro che cosa stiamo cercando dal Signore.

I cristiani del vecchio continente, come ben sai, nell’attuale situazione della nuova evangelizzazione dovrebbero cercare di conoscere il proprio cuore, di leggerlo e scrutarlo, così da essere consapevoli di ciò che desiderano e cercano nel loro cammino di fede e per poterla vivere in modo adulto. Mi ricordo che un esegeta, un studioso della Sacra Scrittura, aveva detto che “questa domanda di Gesù ha un valore illocutorio, cioè vuole sondare l’animo del discepolo, ma possiede pure un valore perlocutorio, in quanto vuole che il discepolo stesso attui su di sé un sondaggio, si auto-interroghi. In realtà l’interrogato a sua volta interroga l’interrogante”.

Cara Elazioria, è impressionante la risposta di quei due che seguivano il maestro di Nazareth; anzi l’hanno chiamato “rabbi” che vuole dire “mio maestro”, un termine che gli ebrei usavano per designare i loro insegnanti. Ma Gesù non era un maestro qualsiasi: era un maestro con l’autorità dell’autorevolezza autorevole. Infatti, Marco aveva detto che “Li ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (1,22) e “insegna la via di Dio secondo verità”. Il suo insegnamento era trascendente, veniva dal Padre; aveva detto “come mi ha insegnato il Padre (didàskein), così io parlo”. Sai un’altra cosa riguardo al Maestro? A differenza degli altri rabbi d’Isarele e quelli dei nostri giorni, è Lui stesso che sceglie i suoi discepoli. Infatti, aveva detto non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi (Gv 15,16). Per questo alla domanda “dove dimori?” dei discepoli, il Maestro risponde: venite e vedete.

Elazioria, davanti alla domanda “che cerchi?” quale sarebbe la tua risposta? Forse diresti “cerco il messia”, “cerco la pace”, “cerco la serenità”, “cerco il benessere”, e infine sarebbe sempre “cerco…”. Ma quei due discepoli hanno risposto dicendo “Maestro, dove dimori?”. Pensi che sia questa la risposta alla domanda di Gesù? Credo di no. Ma ciò rivela che a loro non interessa solo sapere chi è questo Rabbi che li ha provocati, ma anche “dove abita” per poter fare “una esperienza vitale”. La domanda dei due discepoli è profonda: usa il verbo “rimanere / dimorare” (meno in greco). Questo verbo è disseminato in tutto il Quarto Vangelo, dove appare una quarantina di volte. Ha un significato teologico: più che indicare lo spazio dove Gesù abita, esso significa fondare un legame stabile, fare una esperienza profonda. La dimora infatti è un legame stretto con il Signore, uno spazio di accoglienza nel cuore del discepolo. Rimanere, dunque, è il verbo tipico per indicare la relazione di forte intimità e solidità tra il discepolo e il suo Maestro.

Infine, carissima Elazioria, l’evangelista si limita a sottolineare che i discepoli dimorarono, rimasero presso Gesù. È bello rimanere in Lui: ciò significa nella sua parola (cf 8,31); rimanere nel suo amore (cf 15,9-10) o, più semplicemente, di rimanere in lui con una reciprocità di comunione esistenziale; dimorate in me e io in voi (cf 15,4).

Ti auguro di poter rimanere in Gesù per fare esperienza di comunione esistenziale con Lui.

Un cordiale saluto alla tua famiglia,

Tuo amico romano, Osório.

Roma, 14 gennaio 2017

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[1] Nome immaginario che, attraverso la desinenza latina, cambiabile sia in genere (maschile o femminile) sia in numero (singolare o plurale), ci permetterà immaginare che scriviamo ad una singola persona o a tante persone, ad una femmina o a un maschio. Ad una famiglia o ad una comunità






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