Lettera di un romano a Elazioria (Mc 1,40-45)

Ho coraggio di toccare gli emarginati? Ricorda: se vuoi, puoi!
Com’è bello essere in compagnia del Maestro! OsservarLo nei suoi spostamenti e contemplarne i gesti d’amore e di compassione! “Soffermarsi sull’incontro di Gesù con il quotidiano”, “spostando l’incontro tra l’uomo e Dio dai luoghi ‘sacri’ a quelli della vita comune”. Spostandoci con Gesù, ci troviamo davanti un lebbroso, inginocchiato, che lo supplica dicendo «Se vuoi, puoi purificarmi» (Mc 1,40-45); è un lebbroso: una persona segregata, esclusa e abbandonata dalla società. Su questo lascio che ci parli l’autore del Libro del Levitico, che descrive bene la situazione dei lebbrosi al tempo di Gesù: «Il lebbroso porterà vesti strappate e il capo scoperto e andrà gridando: “Immondo!”. È immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento».
Quant’è duro! L’uomo non solo è colpito dalla malattia, ma anche e soprattutto dall’essere abbandonato dai suoi fratelli. Una situazione davvero penosa: la malattia normalmente suscita compassione, ma in questo caso genera segregazione, il che rende tutto infinitamente più doloroso per l’ammalato.
Forse oggigiorno viene da dire «non ci tocca poiché ormai la lebbra è stata sconfitta… non ho un vicino lebbroso. Posso stare tranquillo». Ricordati, tuttavia, cara Elazioria, che ci sono tantissimi “lebbrosi” nelle nostre società: pensa ai tanti segregati, a quelli che hanno una etichetta: “vesti strappate”, “capo scoperto”. Pensa a quelle che sono le conseguenze della cultura dello scarto, dell’economia e dell’esclusione, di cui parla Papa Francesco - che afferma: «oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. C’è una cultura dello “scarto”, dello sfruttamento e dell’oppressione». Restano colpiti nella loro stessa radice, ovvero nell’appartenenza alla società in cui vivono, dato che in essa non stanno nei bassifondi, nella periferia o senza potere, ma ne stanno proprio fuori. Questi non sono solo “sfruttati”, ma sono considerati “rifiuti”, “avanzi” della società. Sono i lebbrosi dei nostri tempi. Non voglio parlare dei migranti, perché forse potresti dire che - essendo io d’origine africana - sto dalla parte degli africani e voglio difenderli …
Impressionante: il maestro, mosso da compassione, tende la mano e lo tocca. Toccare un lebbroso è vietato dalla legge per la paura del contagio, ma Gesù lo tocca. E non è il malato che contagia Gesù con il proprio morbo, bensì è Cristo che “contagia” il lebbroso, donandogli la guarigione: il contatto con Gesù purifica il lebbroso. Invece di essere infettato dall'impurità del lebbroso, Egli gli comunica la propria purezza. Che gesto di compassione, di audacia di Gesù! Lui non si preoccupa del contagio, ma di donare al lebbroso la purezza e la salute - per riconsegnarlo alla società che l’aveva escluso.
Carissima Elazioria, cerca e identifica i lebbrosi della società: nel condominio, in famiglia, sul posto di lavoro… toccali e dì loro: «Sì, lo voglio; sii considerato come persona umana, vieni nella nostra società».
 
A presto,
P. Osorio IMC





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