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29 Mar 2018


Lettera di un romano a Elazioria. Verso il profumo della Pasqua...

4° - Profumo del Cenacolo: profumo di acqua e di pane
Carissima Elazioria, mi sono quasi vergognato di soffermarmi troppo sull’atteggiamento di Giuda come se lui fosse il centro degli avvenimenti a Gerusalemme. Niente affatto. Gesù, è di Lui che voglio parlare, ma soprattutto del profumo meraviglioso e contagiante che ha saputo esalare nel Cenacolo. È il cosiddetto “profumo del Cenacolo” cioè profumo dell’amore (Gv 13,1-15).
La narrazione inizia specificando il contesto: era ormai l’ora del passaggio di Gesù da questo mondo al Padre e visto che la sua vita terrena era stata caratterizzata dall’amore voleva viverlo sino alla fine, cioè fino all’estremo, e voleva che questi ultimi gesti d’amore estremo fossero di esempio per l’umanità. Tutto era successo “mentre cenavano”. Giovanni non fa allusione all’istituzione dell’eucaristia poiché aveva già anticipato questo tema nel discorso sul pane e vino (Gv 6) in cui Gesù aveva detto: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (6,51); “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui” (6,56). Gesù si alza per lavare i piedi durante la cena, nella condivisione, nella fratellanza e nella solidarietà. Mi stupisce sempre il fatto che Gesù lavi i piedi ai suoi discepoli quasi alla fine della cena poiché, come saprai, era all’inizio, nel rituale dell’accoglienza, che l’ospite veniva accolto con l’acqua per lavare i piedi, dopo un lungo camminare. Ma Gesù non lo fa all’inizio, al momento dell’accoglienza, ma “mentre cenavano”. È strano! Ed è proprio questa stranezza che dà tanta importanza al gesto di Gesù. Ti ricordo che Gesù era quasi alla fine della sua vita e voleva amare sino alla fine e compie quel gesto verso la fine della cena: tutto alla fine. Vediamo allora che gesti compie Gesù per lavare i piedi dei suoi discepoli… compie dei bei gesti: si alza, si spoglia, cioè depone le vesti, prende gli asciugamani e ne cinge uno attorno alla vita, versa l’acqua nel cattino, lava i piedi e li asciuga. Che servizio completo, neanche un hotel da 5 stelle offre un servizio simile! Gesù si mette al servizio e non lo fa da seduto, non si trova in ufficio: per essere pronto e disponibile al servizio che doveva fare, Gesù si alza. Il discepolo deve imparare ad alzarsi, a mettersi in piedi. Quindi Gesù si spoglia. Che bel gesto lo spogliarsi a tavola! Normalmente alla fine del pasto, si spoglia la tavola. Ma Gesù spoglia se stesso e di sua libera iniziativa. Come giustamente fa notare Enzo Bianchi, «il deporre le vesti, spogliarsi è dare se stesso nella propria nudità all’altro, e questo avverrà al Golgota, ma ora è chiaramente un gesto di spogliazione, di impoverimento di se stesso, un disarmarsi. È un’azione straordinaria, che non obbedisce ai due poli tanto attrattivi per noi uomini: la paura e l’arroganza. Noi oscilliamo sempre tra queste due tentazioni: la paura, che è sempre e radicalmente paura degli altri, e l’arroganza, che è la violenza più quotidiana verso gli altri». Quanto sarebbe bello “spogliarsi” della nostra arroganza, orgoglio, superbia e vanità per mettersi al servizio! Gesù si spoglia per mettersi il grembiule e se lo cinge alla vita, così da essere pronto non solo per lavare i piedi, ma anche per asciugarli. Mettersi al servizio. Ecco perché, contemplando questa pagina del Vangelo, Don Tonino Bello parlava della Chiesa del Grembiule: «Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della massaia. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali, parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinge ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale. La cosa più importante, comunque, non è introdurre il grembiule nell’armadio dei paramenti, ma comprendere che la stola e il grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio; il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo». Hai già immaginato? Ora il Maestro, come abbiamo detto nella prima lettera, un uomo che aveva un’autorità e che insegnava come nessuno, si fa servo, anzi fa il lavoro di uno schiavo. Infatti, erano degli schiavi non ebrei che compivano il servizio del lavare i piedi degli ospiti. Era un servizio degli schiavi. Era un’umiliazione per un ebreo chiedere a un altro ebreo che gli lavasse i piedi.  Ma Gesù spogliò se stesso e quindi fece un servizio da schiavo. Ecco perché Pietro non capisce e non vuole che i piedi gli vengano lavati.
Dai, finiamo di scrivere, alziamoci, spogliamoci, mettiamoci il grembiule e mettiamoci al servizio degli altri… come vorrei che il mio sacerdozio fosse così! E anche il vostro sacerdozio poiché “siamo un popolo sacerdotale”. Questo sì è il profumo del cenacolo, profumo dell’amore, profumo del servizio.
 
A domani.
Tuo amico montelliano,
P. Osorio, imc





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