Riflessioni

22 Giu 2016


TRASFORMARE SE STESSI IN DONO

Lc 9,18-24

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

 

Riflessione

“Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare”. L'estate che sta arrivando (anche se non si direbbe), offre anche a noi la possibilità di trovare un tempo per stare soli con noi stessi, con la natura, con Dio ad ascoltare le domande più profonde che emergono dal silenzio. Una di queste riguarda il modo in cui gli altri ci vedono. Anche Gesù si poneva questo interrogativo, preoccupato non tanto di ciò che gli altri potessero pensare di lui, quanto del fatto che comprendessero il suo messaggio, la sua testimonianza, le sue parole; egli si ferma a guardare da una prospettiva diversa, quella di chi gli sta davanti, per rendersi conto di cosa rimanga del suo impegno nell'annunciare la buona novella. Pietro lo riconosce come Cristo, cioè “messia” che, se a noi non dice molto, per gli ebrei significava tutto: indicava colui che era atteso e che poteva riscattare il popolo e liberarlo da ogni male. Le parole di Gesù, però, sconvolgono i discepoli ed anche noi: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Perché rinnegarsi? E poi: che significa veramente? Per molti secoli una certa spiritualità ha insistito sulla necessità di rinunciare ai propri desideri, alla propria volontà, in uno spirito di sacrificio. Le parole della Scrittura però non vanno prese alla lettera, ma devono essere interpretate ed il criterio di interpretazione più autentico è la vita stessa di Gesù. Lui non ha rinunciato al piacere dell'amicizia, a realizzare la sua missione, non si è “tarpato le ali”, ma della sua vita ha fatto un dono d'amore. Rinnegarsi, dunque, non ha nulla a che fare col rinunciare a se stessi, ma significa non porsi al centro dell'universo, è un impegno a preoccuparsi meno di se stessi e più del mondo.

“Ciascuno prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”: proprio non vorremmo sentirle queste parole, perché, giustamente, la sofferenza genera rifiuto, protesta, opposizione. Eppure la croce fa parte del nostro cammino e anzi, a volte proprio nel momento della fatica più grande scopriamo noi stessi, i nostri limiti, ma anche la nostra forza che è sorretta da tutti coloro che attorno a noi ci dimostrano il loro bene e da Colui del quale il salmo dice: “Quando penso a Te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all'ombra delle tue ali”. Quando Gesù parla di croce non dimentica di menzionare la resurrezione: dentro ad ognuno dei nostri dolori c'è già il germe di un'alba di gioia e serenità, se solo sappiamo continuare a camminare “ogni giorno”, senza scoraggiarci e seguendo le orme di quel Gesù che si fa conoscere soprattutto nel momento in cui ci aiuta a trasformare noi stessi in dono per chi cammina accanto a noi.






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