Vite esemplari

09 Mar 2019


Francesca: la santità nelle cose di tutti i giorni

Francesca nacque a Roma nel 1384, nel rione centrale Parione. Fu battezzata nella chiesa di Santa Agnese in Piazza Navona. La sua famiglia apparteneva alla nobiltà romana. Bambina saggia e devota e molto più matura delle coetanee, Francesca si era costruita in casa un piccolo eremo, una specie di “oratorio”, dove ritirarsi a pregare. Aveva già mostrato il desiderio di consacrarsi a Dio, fantasticando grandi battaglie contro i demoni. Ma ben diversi erano i piani dei suoi genitori. A 12 anni, secondo gli usi del tempo, venne data in sposa a Lorenzo de’ Ponziani, di famiglia ricca che commerciava in bestiame e granaglie, abitante in Trastevere. Questo matrimonio non voluto, scatenò nella ragazza una violenta reazione nervosa, di chiara natura psicosomatica. Temendo per la sua vita, si fece ricorso alle “cure” di una “malefica” (oggi si direbbe una “strega”). Francesca si oppose strenuamente. La terapia giusta arrivò attraverso una visione celeste: questa la tranquillizzò, ridonandole pace interiore e vigoria fisica.

Nella sua nuova casa, trovò aiuto e sostegno nella cognata di nome Vannozza, donna devota e sensibile, di grande carità, morta poi in odore di santità. Le due donne trasformarono la loro ricca casa in Trastevere in un punto di riferimento per i molti bisognosi della città. Dal matrimonio Francesca ebbe tre figli. La sua giornata era sempre piena, e proprio nelle cose ordinarie di tutti i giorni, vissute per amore di Dio, emerse la sua santità. Non era fanatica del proprio “look” pur avendone i mezzi finanziari per curarlo a dovere. Con il permesso e l’approvazione del marito Francesca «vestiva sempre di scuro, evitava gli abiti di seta – che pure sarebbero stati consoni al suo stato – non portava né gioielli né quelle grandi cuffie pieghettate e quei veli preziosi che erano di moda allora, non si tingeva le chiome né indossava scarpe dagli alti tacchi» (G. Barone). Non apparteneva insomma a quello stuolo di “femmine vane” stigmatizzate da San Bernardino da Siena nei suoi sermoni ardenti e linguisticamente variopinti. Francesca era una donna non dell’apparire ma
dell’essere
, non del parlare ma del fare. Una donna di sostanza, non di moda. Accorta e di buona cultura, viveva la vita di casalinga con dedizione e con notevoli capacità, dimostrate nel guidare la numerosa servitù, che ella trattava con molta pazienza, nell’amministrazione dei beni della famiglia, nell’educazione dei figli, nell’ascolto del marito, quando la sera la intratteneva con i problemi del proprio lavoro di mercante. Una donna di azione dunque, come tante altre. Ma Francesca era anche una donna di orazione, come poche altre. Dopo tutte queste numerose e diverse incombenze familiari, pur nella stanchezza, riusciva a consacrare una parte della sua lunga giornata a Dio nella preghiera. Qui, sola con il suo Dio, traeva tutta la sua forza per la instancabile azione familiare e caritativa nella città.

La sua attività e generosità per gli ammalati di vari ospedali romani era molto conosciuta e apprezzata. Li visitava quotidianamente, preparando per loro con maestria unguenti alle erbe. Curava le malattie più diverse: si era quasi “specializzata” nelle malattie femminili e in quelle dei bambini.

Francesca dovette affrontare anche altre difficoltà. I combattimenti contro i vari “demoni” sognati da ragazza, si materializzarono potentemente e tristemente. A Roma infatti arrivò la guerra portata dalle truppe del regno di Napoli, con il suo orribile seguito di violenza, miseria e disperazione. A lei restituì il marito reso invalido per una ferita. Poco tempo dopo venne anche la peste, e le strappò via due figli. La Roma di quei giorni, saccheggiata e umiliata, trovò in questa donna un modello di fede ed una guida. Donò con generosità i suoi beni per gli affamati, e per curare i malati. Quando c’era bisogno andava a mendicare per aiutare i bisognosi. Si è impressa in quegli anni nell’immaginario collettivo dei romani la figura di “Ceccolella” che camminava con il suo asinello per le strade della fame. Anche chiedendo l’elemosina non le mancava mai il sorriso.

Con la sua bontà e pazienza, dimostrate nelle molteplici faccende quotidiane, con l’azione caritativa per i malati e per i bisognosi, con le esortazioni continue ma discrete a vivere il Vangelo e gli insegnamenti di Cristo, Francesca conquistò un gruppo di amiche. Nel 1425 creò con esse un sodalizio di Oblate: dovevano vivere nelle proprie case pregando come religiose e soccorrendo i poveri. Nel 1433 esse si radunarono insieme in una casa (oggi monastero di Tor de’ Specchi), per vivere in comunità, come religiose. Francesca diede degli ordinamenti a questa comunità (ordinamenti che lei stessa affermava essere suggerimenti della Madonna stessa). Morto il marito nel 1436 anche lei raggiunse le sue amiche nel monastero.

Francesca morì il 9 marzo del 1440 nella sua casa in Trastevere dove si era recata per visitare il figlio e la nuora. I suoi funerali furono un trionfo. Ritenuta già santa in vita, i romani la sentirono come la loro santa, e la chiamarono Francesca Romana. Fu canonizzata nel 1608, con una grande festa cittadina. In molte raffigurazioni Francesca viene mostrata con accanto l’Angelo Custode (era solita ripetere il versetto del salmo “il Signore ha dato per te ordine ai suoi angeli di custodirti in ogni tuo passo”) che lei indicava come suo difensore e protettore. Secondo una tradizione la accompagnò per lunghi anni, dopo la morte del figlio Evangelista.

 

Fonte: www.donbosco-torino.it






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