Vite esemplari

11 Lug 2019


San Benedetto, il monaco che fece l'Europa e addolcì il Medioevo

Un grande maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

«Dovremmo domandarci a quali eccessi si sarebbe spinta la gente del Medioevo, se non si fosse levata questa voce grande e dolce». A dirlo nel XX secolo è lo storico Jaques Le Goff. La voce è quella di San Benedetto da Norcia, il patriarca del monachesimo occidentale.

Alla sua biografia, papa Benedetto XVI, che a lui si ispirò per scegliere il nome da Pontefice, ha dedicato l'udienza generale del 9 aprile 2008. 

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono a Roma per studiare. Egli non si fermò però a lungo nella “città eterna”: il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo. Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est della città. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Da Subiaco a Montecassino

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò un patrimonio (la Regola e la comunità da lui fondate) che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Tra preghiera e ricerca di Dio

La vita di san Benedetto era immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio, egli capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio (cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore) non si anteponga nulla”.
Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto, che deve poi tradursi nell’azione concreta: “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, afferma. Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio”. In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente, all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace.
Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore, il monaco conquista l’umiltà, alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.  

La Regola: “Dio rivela al più giovane la soluzione migliore”

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo”. La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36).
L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro, un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore, ad “aiutare piuttosto che a dominare”, ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio”. Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli”, perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore”. Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto, un esempio per l’Europa smarrita di oggi

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio”; in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi.
Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il monaco rimane un grande maestro, alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

 

Fonte: Famiglia Cristiana






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