Vite esemplari

19 Mar 2017


San Giuseppe, un papà speciale

L'amore incondizionato

Le poche notizie sulla vita di San Giuseppe vengono dai Vangeli, in particolare da quelli di Matteo e Luca. Secondo i due evangelisti, Giuseppe era è un discendente del re Davide e svolgeva il lavoro del falegname o carpentiere (faber in latino, téktón in greco) nella cittadina di Nazareth in Galilea. Sappiamo che fu sposo di Maria e padre putativo di Gesù.

Nel Vangelo Giuseppe è descritto come l'uomo del silenzio, perciò riversare su di lui parole umane, troppo umane potrebbe sembrare quasi un torto. Ma è senza dubbio una figura da valorizzare, da amare. Tanto più oggi, che è la festa del papà.

Giuseppe è il padre per antonomasia (e, prima ancora, sposo): egli, per vocazione, si prende cura di Maria e di Gesù. È l'AMORE - incondizionato, generoso, paziente, altruista, comprensivo, premuroso, protettivo, affidabile...

Egli rappresenta l'uomo giusto: colui che accoglie la vita in tutte le sue forme, in tutto il suo mistero; colui che vive l'amore familiare senza enumerare le fatiche, senza dar peso alle paure; colui che, senza proclami né ricompense, in silenzio e nell'ombra, fa quello che deve fare; colui che fa propria la missione di custodire la vita attraverso la propria esistenza. È tutto ciò che un padre dovrebbe trasmettere ai propri figli attraverso l'esempio!

Laddove il mondo esigeva un certo concetto di giustizia - secondo il quale Maria sarebbe stata considerata adultera e, come tale, lapidata - Giuseppe vive un altro tipo di giustizia, quella che sgorga dal cuore. Giuseppe, mani indurite dal lavoro e cuore intenerito e ferito, non parla ma sa ascoltare i sogni che lo abitano, e sceglie l'amore. Spesso questo mondo ci fa anteporre la legge alla persona. L'esempio di Giuseppe - che poi sarà quello di Gesù - ci sprona, invece, a lasciare in disparte la legge qualora essa si ponga in contrasto con l'amore; l'amore è il primo comandamento morale che scaturisce dal cuore. Così, Giuseppe prende con sé Maria e il bambino, quel figlio che egli non ha generato, di cui però sarà vero padre perché lo amerà, lo farà crescere, lo farà felice, gli insegnerà il mestiere di uomo, e a sognare e a credere nell'amore.

Don Tonino Bello ha composto una delicata e poetica lettera a Giuseppe, immaginandosi suo ospite nella bottega di Nazaret. Dando del «tu» al patrono della Chiesa universale, scrive: «Solo tu, Giuseppe, potevi capire Maria. Ti ha parlato di Jahvé. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi sovrasta. Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla. Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore, e le dicesti tremando: “Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te”. Lei ti rispose di “sì”, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente. (…) Si è fatto tardi, Giuseppe. Di là, vicino al fuoco, la cena è pronta. C’è Maria che ti aspetta. Ti prego: quando entri da lei, sfiorala con un bacio. Falle una carezza pure per me. E dille che anch’io le voglio bene. Da morire. Buona notte, Giuseppe!» (Don Tonino Bello, "La carezza di Dio", Edizioni La Meridiana).

 






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