Vite esemplari

28 Gen 2019


San Tommaso d’Aquino e la santità dell’intelligenza

Quando papa Giovanni XXII nel 1323 lo canonizzò a chi gli obiettava che non aveva fatto miracoli rispose: «Quante preposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece»

«Fu un uomo meravigliosamente contemplativo. Se la sua santità è stata la santità dell’intelligenza, è perché in lui la vita dell’intelligenza era interamente sostenuta e transilluminata dal fuoco della contemplazione infusa e dei doni dello Spirito Santo. È vissuto in una specie di rapimento e di estasi incessante. Pregava continuamente, piangeva, digiunava, desiderava (...) Il capolavoro dell’intellettualità pura e rigorosa straripa così da un cuore posseduto dalla carità». Questo è il profilo che un celebre studioso ha tratteggiato di Tommaso. Egli stesso, commentando, verso la fine della sua vita, il Vangelo di Giovanni, scrive che «come la lucerna non può dare luce se non viene accesa dal fuoco, così la lucerna spirituale non illumina, se prima non arde ed è infiammata dal fuoco della carità».

Tommaso nasce nel 1224-25 (o forse nel 1226-27) nel castello di famiglia, a Roccasecca, contea di Aquino, ai confini tra il Lazio e la Campania, tra gli stati del papa e quelli dell’imperatore, per il quale la famiglia d’Aquino, d’origine longobarda, parteggiava. Come figlio minore, la sua destinazione era la vita ecclesiastica e, infatti, a cinque anni Tommaso viene offerto dal padre come oblato al vicino e celebre monastero di Montecassino: «una preda contesa dal papa e dall’imperatore», forse con la speranza che sarebbe potuto un giorno diventarne abate. Tommaso vi soggiorna per una decina d’anni, fino intorno al 1239, e sono anni fondamentali per la sua formazione religiosa e letteraria tanto debitrice al maestro per eccellenza della contemplazione, il monaco papa Gregorio Magno, e più in generale della concezione della teologia non solo come conoscenza acquisita tramite lo “studio”, ma anche come esperienza del mistero. Per Tommaso la professione del teologo è quella di ricercare Dio, riferire tutto a lui, come principio e come fine. E la sua è proprio una ricerca ininterrotta di Dio, non con la pretesa di possederlo attraverso la filosofia, quella aristotelica in particolare, a cui pure ricorre largamente, ma con l’intento di scorgere le sue tracce nelle realtà create, e di avvicinarsi a lui umilmente e audacemente con l’intelletto e soprattutto con l’amore. Per Tommaso la teologia è come la lotta di Giacobbe con l’Angelo. Egli ritiene che Dio sta sempre oltre, è inarrivabile, e dev’essere adorato col silenzio, non però nel senso che non si deve dire o ricercare nulla di lui, ma nella convinzione che egli sfugge alla nostra intelligenza. In Tommaso, del resto, è vivissimo il senso del limite della conoscenza umana: «la nostra conoscenza è talmente debole che nessun filosofo poté investigare perfettamente la natura di una mosca».

Quella del monaco, tuttavia, non era la vocazione di Tommaso. Nel 1239, per ragioni di sicurezza, viene levato da Montecassino e inviato a Napoli a frequentare gli studi delle Arti e della Filosofia presso lo studium generale che Federico II aveva fondato nel 1224. Ed è a Napoli che avviene la decisione sconvolgente e rivoluzionaria nella vita di Tommaso, “replica esatta” di quella di Francesco d’Assisi. Nella città universitaria Tommaso conosce i frati predicatori e nell’aprile del 1244 riceve l’abito domenicano. La scelta non poteva essere più sorprendente e contestatrice. Il nobile d’Aquino al prestigioso ordine monastico benedettino predilige un ordine mendicante, sorto da poco dal risveglio evangelico del suo tempo; un ordine votato alla povertà, senza possedimenti e sicurezze, non protetto dentro i chiostri, ma destinato alla predicazione e all’insegnamento nel cuore della città, nelle università, dove ferve la cultura nuova, con la quale la scienza sacra, senza perdere la sua identità, è chiamata a confrontarsi. Quella dei predicatori appare al giovane d’Aquino un ideale insuperabile di vita. Lo insegnerà nella Summa theologiae, trovandone il modello in Cristo stesso, a colloquio con il quale trascorrerà la vita, definendolo la ragione delle sue ingenti fatiche di teologo, il tema del suo insegnamento e il premio di tutto il suo lavoro.

«La vita attiva con la quale uno, predicando e insegnando, comunica agli altri le verità contemplate – scrive– è più perfetta della vita in cui si contempla soltanto, in quanto presuppone l’abbondanza della contemplazione. E così Cristo scelse questo genere di vita». Dopo un periodo segregato in un castello di famiglia a Montesangiovanni Tommaso riprende il suo cammino tra i frati predicatori. Dapprima per tre anni nel convento domenicano di Parigi – dal 1245 al 1248 – a completare, come sembra, la sua formazione filosofica, poi a Colonia, presso lo studium generale domenicano, insieme a Alberto Magno, il “dottore universale”, alla cui scuola impara a essere teologo, ricevendone un’impronta determinante. Alberto comprende il valore singolare di quello che i compagni, a motivo della sua silenziosità, chiamano “il bue muto di Sicilia”. Il maestro, di cui è già abile collaboratore, prevede e annuncia che quel silenzio diventerà un “muggito”. Il discepolo per acutezza di pensiero supererà il maestro, che non mancherà di esserne, un giorno, il difensore e che, all’annuncio della sua morte, scoppierà in pianto, esclamando che nel firmamento si era spenta una grande luce.  

Nel 1252 Tommaso è inviato a Parigi e nel 1256 riceve il titolo di maestro in teologia, il cui compito è quello di commentare la Sacra Scrittura. Tommaso, come frutto delle sue lezioni bibliche, ci lascia dei commentari su libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, tra cui le penetranti Letture sulle Epistole di Paolo, sul Vangelo di Matteo e quella, splendida, sul Vangelo di Giovanni, senza dimenticare la Catena aurea, un commento dei quattro Vangeli tutto compaginato dei testi dei Padri, ai quali la teologia di Tommaso attinge largamente. Il compito del teologo non è però solo quello di “leggere” (o insegnare e commentare) i testi sacri, ma anche quello di “disputare”, e Tommaso lo farà con acutezza (Questioni disputate). Ma anche un terzo impegno spetta al maestro di teologia, quello della predicazione, e vediamo i frutti di fra Tommaso predicatore nei suoi sermoni a livello universitario e a livello popolare: in questa predicazione al popolo colpisce la capacità di Tommaso di un discorso semplice, chiaro, gustoso. La sua attività teologica è prodigiosa, come anche la sua capacità di lavoro ed estrema disponibilità. Cortese com’è, si distingue per la simpatia che sa creare intorno a sé.

Qualcuno si stupisce dell’interesse di San Tommaso per Aristotele e per la sua filosifia, accusandolo persino di mutare il vino della Sacra Scrittura nell’acqua della filosofia; egli risponde che, al contrario, egli converte l’acqua della filosofia nel vino della Scrittura. La sacra dottrina di Tommaso non si ritroverà alterata da Aristotele; sarà Aristotele a ritrovarsi “filosofo cristiano”. Da un lato, il dottore angelico è convinto che «ogni verità, da chiunque venga affermata, proviene dallo Spirito Santo», essendo Dio l’unica fonte della verità, sia essa naturale o rivelata (e Tommaso ha una grande stima dell’intelligenza e della ragione). Dall’altro lato, non teme di dichiarare che «una vecchietta ora sa di più nel campo della fede, che non una volta tutti i filosofi. La fede è molto più potente della filosofia, per cui, la filosofia non va accolta, se in contrasto con la fede».

La sua produzione scritta è vasta e multiforme. Ricordiamo qui il suo capolavoro, Summa theologiae, che ha del miracoloso, per la vastità e la profondità, la novità e l’ampiezza della dottrina. Egli la compose in diversi tempi e nello spazio di più anni. Egli dichiara di averla voluta come una sintesi ordinata e articolata per i suoi studenti all’inizio del loro cammino teologico: il grande tema è Dio, considerato in se stesso e come principio e fine di tutta la realtà, che da lui discende e a lui ritorna, grazie alla mediazione di Gesù Cristo Salvatore, al cui mistero e alla cui vita dedica una lunga e fervida riflessione. Ma anche dovremmo ricordare la Summa contra gentiles, anch’essa redatta in diverse tappe. Si tratta di una lucida e serena riflessione su tutta la realtà condotta alla luce della ragione e della fede, che è tuttora fonte di attraente e gioiosa compiacenza.

Lungo il viaggio verso Lione per il concilio ecumenico a cui era stato invitato, sentendo prossima la fine Tommaso si fa trasportare presso i cistercensi di Fossanova. Vi rimase circa un mese: in certo modo tornava al monastero della sua giovinezza e qui muore il 7 marzo 1274, circondato dalla venerazione di quei monaci. Prima di ricevere il viatico, dice: «Io ti ricevo prezzo della redenzione della mia anima, io ti ricevo viatico del mio pellegrinaggio. Per tuo amore ho studiato, vegliato, ho sofferto. Tu sei stato l’oggetto della mia predicazione, del mio insegnamento. Nulla mai ho detto contro di te. Se non ho insegnato bene su questo sacramento, lo sottometto al giudizio della santa Chiesa romana, nella cui obbedienza lascio questa vita».

La sua morte attrae una folla di nobili e di semplici fedeli, ed è un moltiplicarsi di miracoli. Tommaso, così aristocratico nel pensiero, e così popolare nella pietà, viene canonizzato ad Avignone il 18 luglio 1323 e proclamato dottore della Chiesa il 15 aprile 1567. La Chiesa riconosce in lui la teologia fattasi santità.






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok