Santa Augusta, la brevità di una vita che affascina

I Serravallesi sono molto devoti a questa santa in onore della quale oggi si fa festa

Nell'anno 402 dopo Cristo, Alarico, re dei Visigoti, scese in Italia col proposito di giungere fino a Roma (che effettivamente riuscì a occupare il 24 agosto del 410 d. C.). Scendendo lungo lo Stivale, Alaricco invase le Venezie e s'impadronì anche di Ceneda. È tradizione che, in tale circostanza, egli abbia insediato, nella fortezza che presidiava quella che è la stretta di Serravalle (Vittorio Veneto), uno dei suoi migliori capitani: Matrucco. Avido di potere e di ricchezza, costui non tardò ad estendere il suo dominio su una vasta zona comprendente, pressappoco, la nostra fascia pedemontana e anche parte di quella che si protende verso il Friuli; persuaso di essere diventato un personaggio veramente potente, con molti sudditi subalterni, assunse persino il titolo di "re".

Un giorno, fra le mura del castello, trapelò una lieta notizia: la sposa del re era in attesa di un figlio. La felicità di Matrucco non durò a lungo: presto si mutò in trepidazione, poiché la donna non stava bene e il parto si preannunciava difficile. Matrucco fece trasferire la moglie nella residenza di un nobile locale, affinché potesse trovare pace e tranquillità. Qui ella poté godere delle affettuose attenzioni di Cita, la governante di casa; tra le due s’intrecciò un legame di vera amicizia. Ciononostante la giovane madre morì dando alla luce la sua bambina. Matrucco, per lenire il dolore, riversò sulla creatura tutto l'affetto di cui era capace. La chiamò Augusta come auspicio di un avvenire meraviglioso, e l'affidò a Cita. La buona donna di Piai, trasferitasi a Serravalle nel castello del suo padrone, divenne una seconda madre per la piccola Augusta. Matrucco cercava di educare la bambina secondo i costumi e le tradizioni del popolo barbaro cui apparteneva. Ma ella, istruita dalla nutrice, avvertì ben presto la falsità del culto prestato da suo padre e dai cortigiani a Odino e alle altre divinità pagane. Crescendo in età, il suo interesse si rivolse sempre più verso il cristianesimo, quella religione di cui Cita le parlava e che sapeva essere praticata di nascosto da non pochi Serravallesi, sfidando la persecuzione del barbaro re suo padre. Augusta si fece battezzare in gran segreto da un eremita del posto e si prodigò, già da piccolina, per aiutare le persone in difficoltà e i cristiani perseguitati.

Matrucco non era per nulla soddisfatto del comportamento della figlia: non praticava il culto alle divinità tenute in sommo onore dai suoi; rifuggiva dalle feste mondane che si tenevano a palazzo; rifiutava ostinatamente le più lusinghiere offerte di matrimonio che avrebbero potuto assicurarle ricchezza e persino i fastigi di un trono regale. S’insinuò in lui il sospetto che la nuova aborrita religione dei cristiani avesse conquistato il cuore anche di sua figlia.

A questo proposito la leggenda tramanda un bell’episodio, che riportiamo:

Augusta era solita raccogliere il pane avanzato sulla mensa del padre, soprattutto in occasione di feste e banchetti, per darlo ai poveri che aspettavano l'elemosina. Un giorno, come aveva fatto tante altre volte, Augusta tutta premurosa e sollecita - perché i poveri affamati non devono mai aspettare! - interruppe le sue occupazioni e si riempì il grembiule di pane. Quindi si avviò giù per il ripido sentiero che porta al piano verso la stretta di Serravalle. Quand'ecco che a metà strada si trovò d'improvviso di fronte a suo padre, che, burbero e scontroso come d'abitudine, stava salendo a cavallo con la sua guardia di scorta, su verso il castello. L'atteggiamento della figlia lo insospettì: «Che c'è, Augusta, dentro il grembiule?». E lei, per nulla turbata, rispose: «Fiori di campo per i poveri, signore». Intanto pensò tra sé: «Non è bugia: non è forse un fiore, agli occhi di Dio, la carità fatta ai poveri?». Ma Matrucco, sospettoso e incredulo, volle accertarsi: aprì il grembiule della fanciulla, e, a sua confusione, vide solo fiori di campo. Anche l'umile principessa trasecolò: quei tozzi di pane che, con tanto amore, occultava nel suo grembiule si erano proprio trasformati in fiori di campo! Ancor oggi, dopo tanti secoli, a metà della salita che porta al santuario, si scorge infisso per terra nell'acciottolato un sasso grosso tutto lucido e in parte consumato. Esso sarebbe il luogo dove, secondo la leggenda, accadde l'episodio che abbiamo raccontato. Per questo i pellegrini di passaggio sono soliti sostare qui brevemente, toccare il sasso e farsi il segno della croce. Di fianco al viottolo fu costruita anche un'edicola nella quale un bel dipinto ad affresco rievoca la scena dell'incontro di Santa Augusta con suo padre.

Ma riprendiamo il filo della storia. Sospettoso, il padre fece seguire la figlia e, in poco tempo, ebbe la conferma dei suoi sospetti: Augusta era cristiana. A questo punto l'orgoglio smisurato e la barbarie, di cui per natura ed educazione era impregnato il suo carattere, prevalsero sull'istinto paterno, per cui tutto divenne possibile, anche le determinazioni più crudeli e impensabili. Parlò con la figlia, che fu irremovibile: senza equivoci si dichiarò cristiana e si disse disposta a morire piuttosto che rinunciare alla sua fede. Allora il padre diede ordine alle guardie di rinchiudere Augusta nella prigione più tetra. Qui ella venne torturata e insultata dal padre e dai suoi sgherri allo scopo di farla rinsavire e tornare al paganesimo di casa. Fu messa al rogo, ma questo, tra la sorpresa e la meraviglia dei presenti, si spense. Fu sottoposta alla dolorosissima ruota dentata, che però stranamente si ruppe. Il padre si irrigidì allora nella sua crudeltà, mentre la figlia, sempre più assorta in Dio non viveva più per questo mondo. Matrucco ordinò la decapitazione. Fu l’ultimo atto del tragico martirio.  

Il corpo martoriato della giovane fu ritrovato solo diversi anni dopo sepolto in cima alla collina di Serravalle che ancora oggi porta il suo nome, deposto con cura nel punto più alto, vicino alle stelle e a Dio. È proprio qui che sorge il santuario fatto costruire in sua memoria dal padre, il quale, dopo aver fatto torturare e uccidere la figlia, passerà il resto dell'esistenza in Germania ad autoaccusarsi per quanto compiuto in passato. 

Il sacrificio di Augusta rappresenta la vittoria dei valori perenni del Vangelo sopra le passioni e le tragedie di questo mondo. La Santa è ricordata due volte nel calendario liturgico: il 27 marzo si fa memoria del ritrovamento delle reliquie durante il restauro del santuario avvenuto nel 1450 e il 22 agosto a Serravalle e in tutta Vittorio Veneto si fa una grande festa in suo onore.

Dall'alto della rupe, l'antica chiesa di Santa Augusta apparirà sempre come simbolo di una fedeltà dura come la roccia. Molti cuori spenti o affaticati continueranno a recarsi in questo luogo santo per attingere luce di verità e fuoco di carità.

 

Fonte: Diocesi di Vittorio Veneto - mons. Rino Bechevolo






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