Sant'Antonio abate

Antonio abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa, per lo più noto come protettore degli animali e del lavoro dei campi.

Nell’iconografia il santo è raffigurato accanto a degli animali, di cui è popolare protettore; si narra che la notte di Sant’Antonio gli animali acquistano la “virtù”, cioè la facoltà di parlare, e nelle stalle i contadini possono capire ciò che essi dicono.

Accanto a Sant’Antonio, inoltre, spesso arde un fuoco, in riferimento alla dolorosa infiammazione virale - “herpes zoster” (successivamente nominata “fuoco di Sant’Antonio”) - da cui il santo fu affetto, ma anche in riferimento alla sua presunta discesa agli inferi per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo: mentre il suo maialino scorrazzava creando scompiglio fra i demoni, Antonio accese il suo bastone a “tau” col fuoco infernale e lo portò fuori, insieme al maialino recuperato, come dono all’umanità. Sant’Antonio viene così invocato come patrono di quanti lavorano col fuoco, nonché invocato contro quel fuoco metaforico che certe irritazioni cutanee rappresentano.

Questo santo non è solo una leggenda. Egli visse realmente e la sua storia è documentata.

Antonio nacque a Coma in Egitto (l’odierna Qumans), intorno al 251, in una famiglia di ricchi agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, fece sue le parole di Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri" (Mt 19,21).

Abbandonata ogni cosa, intraprese una vita solitaria all’insegna della preghiera, della povertà e della castità. Dapprima andò a vivere in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì ultracentenario nel 356.

In vita, ogni suo sforzo era volto a contrastare le tentazioni perseguendo l’ideale di una purificazione totale; arrivò addirittura a trascorrere 20 anni in una grotta, nutrendosi solo con l’acqua di sorgente ed il pane che gli veniva calato due volte all’anno.

Nel deserto egli accompagnava la contemplazione con il lavoro agricolo, i cui frutti gli servivano per procurarsi il cibo e per fare la carità ai più bisognosi.

Attratti dalla fama di santità che Antonio ebbe già in vita, accorrevano da lui pellegrini e bisognosi di tutto l'Oriente; anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio.

A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che, sotto la guida di un padre spirituale, “abbà”, si consacrano al servizio di Dio in luoghi solitari. Dopo la sua morte, egli venne ben presto considerato patrono del monachesimo, nella sua forma ascetica.

La vita di Antonio abate è stata resa nota soprattutto attraverso la Vita Antonii (357), opera agiografica attribuita al discepolo Atanasio, vescovo di Alessandria. L’opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in tutto il mondo. Il grande rilievo dato in particolare alla lotta di Antonio contro le tentazioni ha ispirato tanti artisti dei secoli successivi.

La ricorrenza cade il 17 gennaio (giorno della sua morte), ma San Vendemiano lo ricorda questa domenica con una festa lui dedicata. A partire dalle ore 9.00 in Borgo Lissandri (zona Cosniga) si radunano animali e trattori di un tempo. Alle 9.30 viene celebrata la S. Messa nella chiesetta della Madonna della Salute con benedizione di tutti gli animali (tutta la cittadinanza è invitata a partecipare con i propri animali!) e lancio dei piccioni viaggiatori. Alle ore 11.00 la “corsa coi mus” (14a edizione) con la partecipazione della Schola Tamburi di Conegliano. Dopo le premiazioni con consegna del palio, c'è il pranzo comunitario presso il capannone del Gruppo Giovani di Cosniga. Nel pomeriggio la “stima pesatura (del famoso) porzel de Sant’Antonio”. Un’iniziativa calata in una borgata che avverte forte il desidero di rievocare le tradizioni dei nostri nonni e far riemergere i sentimenti e i valori che in passato univano la comunità da trasmettere alle nuove generazioni.






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