Sant'Ignazio di Loyola

Il santo del giorno e la sua esortazione a essere uomini di cultura e di azione «ad maiorem Dei gloriam»

Ignazio di Loyola è il fondatore dei gesuiti. Di lui non si sa molto, forse perché ha condotto una vita discreta e austera. Eppure ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della Chiesa e dell’Europa. Per giunta, non era nemmeno bello. Un uomo di Padova suo contemporaneo lo ha descritto così: «uno spagnoletto, piccolo, un po’ zoppo, che ha gli occhi allegri». Ignazio, infatti, era alto 1.58 m, parlava male l’italiano, ma quando apriva la bocca sprigionava una grande forza, perché era un uomo di grandi desideri e di grandi aspirazioni. È stato un cavaliere, non un militare come molti dicono. Dopo essere stato ferito in una battaglia a Pamplona, si converte leggendo la vita di Cristo. Si ritira per un anno nel monastero di Manresa, dove vive in assoluta povertà. Da allora le sue armi sono diventate la preghiera, lo studio, la testimonianza personale e il servizio. Dopo alcuni anni di studio a Parigi, il 15 agosto 1534 fonda insieme a sei compagni la Compagnia di Gesù, poi confermata il 27 settembre 1540 dall’allora papa Paolo III Farnese, cui offre la sua obbedienza quando si trasferisce a Roma.

Il suo modo di essere gli permette di parlare con tutte le persone, dal Papa ai Re, fino alle persone meno istruite e ai bambini di strada: «egli diceva le cose con semplicità, con pochissime parole, non facendo alcuna riflessione, ma limitandosi a narrare. In tal modo lascia che gli uditori facciano essi stessi delle considerazioni e traggano, dalle premesse, le conclusioni; così riesce ad essere mirabilmente persuasivo, senza mostrare alcuna inclinazione per una cosa o l’altra e accontentandosi di una mera enunciazione. Quello a cui tiene particolarmente è il toccare tutti i punti essenziali che possono portare alla persuasione, e tralasciare tutto quello che non vi è strettamente collegato, secondo come egli giudica pertinente». Oltre alla predicazione, era attento anche al servizio verso i più poveri: andava all’ospedale a trovarli e lavava loro i piedi, a chi invece aveva bisogno di aiuto dava l’elemosina in segreto.

Giacomo Laínez, che lo ricorda in preghiera, lo descrive con queste parole: «Di notte, egli saliva su un terrazzo o sul tetto della casa. E là rimaneva, nella massima tranquillità, si toglieva il berretto e se ne stava a guardare il cielo. Poi cadeva in ginocchio, faceva una profonda riverenza a Dio e si sedeva poi su una panca, perché la sua debolezza fisica non gli permetteva altre posizioni. Restava a capo scoperto, senza muoversi, e le lacrime cominciavano a scorrergli sul volto, come un fiume; ma il suo dolore era così silenzioso che non si udivano singhiozzi o sospiri, e rimaneva immobile». Così apprendiamo che il momento privilegiato delle sue preghiere è la notte, guardando il cielo e le stelle: «Lo facevo spesso e molto a lungo – racconta egli stesso –, perché a questa visione provavo una grande energia per servire nostro Signore».

Egli, che vive da monaco nel cuore della città, è definito “un contemplativo nell’azione”. Le sue abitudini sono regolari, si alza con le prime luci dell’alba, rimane a letto a pregare a causa dei dolori alla gamba, celebra la Messa da solo in una stanzetta vicino alla sua camera, poi riprende a pregare per un paio d’ore. Negli ultimi anni della sua vita in quella stanzetta vivrà l’itineranza del pellegrino per governare i primi gesuiti, che, sparsi nel mondo, iniziavano a fondare residenze, scuole, istituti, collegi e seminari. Scrive quasi 7.000 lettere; i libri che tiene in camera si limitano al Vangelo e all’Imitazione di Cristo. Mangia da solo e come superiore di comunità sappiamo che perdonava qualsiasi peccato grave eccetto quelli che favoriscono la sfiducia e il pettegolezzo e che dividevano la comunità.

La città dunque è il suo monastero. Nella Roma del Cinquecento che aveva circa 50.000 abitanti, Ignazio sceglie di collocare strategicamente le sue residenze nel cuore della città. Nel 1551 fonda il Collegio Romano (oggi Università Gregoriana) per farne un vivaio di dottori a disposizione di ogni richiesta del Papa, mentre già nel 1541 aveva inviato Francesco Saverio come missionario in Oriente. Nella piazza del Collegio Romano si può capire cosa sia la missione per Ignazio. Lì si trovano l’antico Collegio, in cui si preparava il clero nel mondo, e una piccola casa, chiamata Santa Marta, in cui si accoglievano e recuperavano le prostitute. Orizzonti universali, eccellenza negli studi, formazione integrale della persona, legame con il mondo moderno sono, fin dall’inizio, le principali caratteristiche della missione educativa di Ignazio di Loyola. Per lui cultura e azione vanno insieme.

Muore il 31 luglio 1556. Poche ore prima Polanco, il suo segretario, gli chiede: «State veramente male?». Ignazio gli risponde: «Mi sento che mi manca solo di morire». Alla sua morte la Compagnia di Gesù ha più di 1.500 gesuiti sparsi in tutto il mondo. Viene canonizzato il 12 marzo 1622.

La sua vita può essere sintetizzata dal significato di questa frase: Ad maiorem Dei gloriam (per una gloria di Dio sempre più grande). Un’esortazione non a fare sempre più cose, ma a farle al meglio. Sant’Ignazio invita a essere e a formare persone responsabili, uomini di fede, cultura e azione: Prega come se tutto dipendesse da Dio e lavora come se tutto dipendesse da te.






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