Silvia, madre di un Papa

Essere madre di un santo, per di più Papa, e per di più ancora un tale Papa quale fu San Gregorio Magno, non è cosa che si possa lasciare sotto silenzio. Dalla santità dei figli si tende a risalire a quella dei genitori: all'alba della santità v'è quasi sempre la figura di una madre o di un padre (S. Agostino, S. Giovanni Bosco, S. Teresa di Gesù Bambino...). La Provvidenza Divina ha stabilito che la trasmissione della Fede, dono gratuito di Dio, avvenga attraverso l'azione dei genitori con i loro insegnamenti e con i loro esempi. Santa Silvia è santa per aver dato la vita a San Gregorio; ma lo è più ancora per essersi ispirata costantemente alla Parola di Dio ed averla assimilata nel suo spirito ed averla attuata nelle sue azioni. Fu donna di fede autentica e di fervorosa vita cristiana. I pochi tratti biografici che possediamo ed alcune integrazioni storiche sono sufficienti a fornircene le prove. Le notizie della vita di Santa Silvia sono assai poche, e quel poco che abbiamo sono solo frammenti di storia che emergono dalle biografie del Papa San Gregorio (...).

Silvia nacque a Roma, si sposò a Roma, visse e morì a Roma nel secolo VI. Ci sono delle fonti che sosterrebbero l'ipotesi che fosse di origine siciliana o addirittura nata nell'isola. Forse il padre di Silvia si chiamava Probo, da cui il secondo nome di Silvia: Probina. Lo sposo di Santa Silvia, Gordiano, apparteneva alla gens Anicia, alla quale si pensa appartenesse pure San Benedetto (...). Da questa illustre e antica famiglia senatoria provenivano numerosi personaggi che già nell’antichità si erano distinti per l’impegno nell’amministrazione della Roma repubblicana e imperiale (...).
La vita della Santa si svolse in tempi difficili e dolorosi: invasioni barbariche, guerre e disagi economici. Nacque, infatti, verso la fine del regno di Teodorico, il quale era riuscito a dare un certo assetto all'Italia, dopo la discesa dei suoi Goti e la guerra con Odoacre (...). I re Goti, successori di Teodorico, tentarono di mantenere il dominio goto in Italia, ma dovettero scontrarsi con l'impero di Oriente e per 30 anni fu tutto un succedersi di battaglie in diverse località della nostra penisola. Roma era al centro dell’interesse dei due contendenti, poiché il suo possesso interessava entrambi in egual misura (...). Finito il regno dei Goti, dopo una breve e illusoria speranza per una pace duratura, nel 568 iniziò in Italia l'invasione dei Longobardi. Di nuovo le terre italiane si trovarono in balìa di forze militari enormi e seguite da varie popolazioni barbariche affamate di campi, di bestiame e di derrate. Ci vorranno decenni prima di arrivare ad un accomodamento e ad un certo ordine di vita civile. E sarà proprio il figlio di Silvia, San Gregorio, che riuscirà a portare alla fede cristiana i Longobardi (...). 
La condizione di grande decadenza in cui versava la città di Roma in quegli anni è drammaticamente descritta dallo stesso Gregorio Magno (...). Santa Silvia visse al centro di queste vicende tormentate e possiamo ipotizzare, senza troppo lavorare di fantasia, che le stesse ebbero un’eco profonda tra le pareti domestiche della sua residenza sul Celio, considerando il ruolo di grande responsabilità che la famiglia di Gordiano aveva sempre avuto a Roma (...).
La santità di Silvia si attuò tutta attorno al suo epicentro: il matrimonio, la maternità e la famiglia (...). La dimora dello sposo, nella quale si trasferì Silvia, era sul colle Celio presso il così detto Clivus Scauri, dove oggi sorge la chiesa di S. Gregorio al Celio (...). Da Gordiano e Silvia nacquero Gregorio, che sembra fosse il primogenito, ed un altro figlio, di cui spesso parla San Gregorio senza mai indicarne il nome (...). Fino al 573 ella viveva con il figlio ed il marito nella casa del Celio. Poco dopo l'inizio della sua vedovanza, Gregorio si fa monaco e trasforma la casa paterna in monastero. Termina così la vita domestica. Certo in accordo con il figlio, ella si ritira in una località dell'Aventino Minore identificata con il nome di Cella Nova (...).
Silvia condusse da vedova la stessa vita ascetica che in casa avevano condotto le due sante cognate Emiliana e Tarsilla, dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, secondo un preciso stile di vita, proprio delle donne vedove della chiesa antica. La dolorosa scomparsa dello sposo e le scelte di vita di Gregorio avevano profondamente trasformato la sua vita, anche per lei erano allora maturi i tempi per una scelta di totale dedizione a Dio nella preghiera e di servizio alla Chiesa, reso in modo particolare nella cura dei poveri.
Ma la tenerezza materna non si allentò. Silvia aveva stabilito un legame quotidiano con Gregorio. Ogni giorno, consapevole della gracile salute del figlio, dell’austera mensa monastica e soprattutto dell’abitudine di Gregorio di trascurare persino di nutrirsi per assecondare l’amore dello studio e della preghiera, usava inviargli un piatto di legumi freschi o verdure del suo orto. Come deferente segno di venerazione per l'alta dignità che il figlio ricopriva, Silvia voleva che il piatto fosse d'argento, ricordo della passata ricchezza (...).
Il tempo della vedovanza per Silvia durò circa un ventennio. La data della sua morte è poco dopo il 592 (...). Aveva fatto in tempo a vedere il proprio figlio chiamato da Dio ad occupare la sede di S. Pietro, essendo stato eletto Papa nel 590. Crebbe la consolazione del suo cuore materno, ma crebbe ancora di più la sua fede. Il figlio Gregorio volle che il corpo della madre venisse deposto presso il monastero del Celio nel sepolcro dove erano state già deposte le zie Emiliana e Tarsilla.

 

Testo di don Bernardo Antonio Di Matteo






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