Non solo materia

08 Set 2021


Nel cuore del padre

L’anno 2021 è dedicato alla persona di San Giuseppe e questo richiama l’attenzione di molti ai temi del padre e della paternità. Numerosi e ad ogni livello i contributi riguardanti il particolare e fondamentale argomento. Segnalo al proposito la Lettera Apostolica di Papa Francesco Patris corde (“Con cuore di padre”), nel centocinquantesimo anniversario della dichiarazione di San Giuseppe a patrono della Chiesa.
Nella lettera si evidenziano nella persona e nella storia di San Giuseppe i tratti di una paternità verace, senza tempo, quanto mai attuale.
A ben leggere la Lettera Apostolica si ritrovano delle assonanze con i nostri padri, chiamati a grandi responsabilità non solo di sostentamento ma a responsabilità esemplari nella guida e nella formazione. Aspetti, questi, che evidenziano lo stile del padre e l’espressione della tenerezza che fa percepire lo stile del papà caro ad ognuno di noi.
Con questo mio contributo, sperando di non ridire il già detto, voglio soffermarmi su aspetti più intimi della mia esperienza a contatto con la persona di mio padre, Livio.

Riprendo allora e vi faccio conoscere, almeno in parte, le mie radici…

Correva l’anno 1955: un uomo e una donna di Pordenone si incontrano, si piacciono e si innamorano. Dopo circa un anno di fidanzamento lei rimane incinta, ma per alcune vicissitudini della vita i due si separano, salvo poi ritrovarsi dopo diversi mesi e decidere di sposarsi. La gravidanza intanto era giunta quasi al termine. I due fidanzati si informano così riguardo la celebrazione del matrimonio e viene loro risposto da un sacerdote del centro città che la celebrazione si poteva fare, ma, a motivo della gravidanza, doveva svolgersi di primo mattino, nel modo più austero e silenzioso possibile. Qualche giorno dopo quella donna incontra mons. Giuseppe Lozer, il quale, venuto a conoscenza della situazione, le risponde con queste testuali parole: “Nina te sposo mi. La nascita de nà creatura no l’è un funeral. Fiori bianchi e campane a festa!”

E così è stato.

In chiesa accanto alla sposa c’era la signorina Vesca, mitica levatrice pordenonese. Al termine del rito gli sposi ritornano a casa, dove si fa grande festa. Era il 14 novembre 1956: alle ore 23:45 la sposa partorisce un bambino. Quel bambino sono io! I miei genitori si chiamavano Livio Buset e Renata Faggioni. Mi permetto di aggiungere che lo scandalo c’è sicuramente stato come per San Giuseppe ma anche la determinazione e la gioia dei miei genitori per aver messo al mondo un figlio, nonostante le doglie del parto, di quel parto incompreso.

Mio padre Livio, come la maggior parte dei genitori a quel tempo, fin da bambino è stato forgiato dalla esperienza della povertà e del duro lavoro: straccivendolo, minatore, militare in Russia, batterista, mediatore e poi per anni barista e co-gestore di sale da ballo e discoteche. Questo per sostenere la famiglia e, in particolare, per assicurare un futuro dignitoso a me e a mia sorella Clara.

Ora chiedo scusa, devo in un certo qual modo assentarmi da voi lettori per un monologo di memoria viva, un’esigenza che nutro, pur limitata e breve, così da poter “ritrovare” mio padre e poi condividere il singolare dono.

All’apparenza eri burbero papà, parlavi poco tutto preso dal tuo lavoro e, quando alla fatica si univano i problemi, intercalavi con espressioni tutt’altro che gentili. Ma, al contempo, ricordo quei momenti unici, preziosi quando, al termine del pranzo, ogni tanto mi prendevi sulle ginocchia per darmi i residui di zucchero dalla tua tazzina di caffè o quando mi prendevi di peso per poi lanciarmi in alto e riprendermi, forte come eri. O i capellini di carta che ci facevi, le barchette e gli origami dei bimbi e delle bimbe in girotondo.

Voglio dirti ancora che sono orgoglioso di te e di quanto eri abile, capace, tenace, specie nel gestire il lavoro con i successi e gli immancabili problemi che comportava. Eri comunque uno che sapeva farsi rispettare e, al contempo, un romantico, ad esempio quando portavi a mamma un mazzetto di fiori di campo o qualche rosa del giardino accompagnati da un bigliettino un po' sgrammaticato, salvo poi arrabbiarti per qualcos’altro. Ogni tanto, nel nostro bar, ti concedevi qualche partita a biliardo o a carte e anche in quello eri appassionato e bravo. Ti entusiasmava guardare un documentario sugli animali o il circo. Grazie, perché, pur senza farmi mancare niente mi hai trasferito il senso del sano sacrificio e insegnato il valore delle cose senza darmi nulla per nulla o solo per farmi tacere. Grazie perché, così come eri, ti ho comunque sentito vicino alla storia della mia vita. Ricordo che quando ti facevo notare le tue capacità, mi raccontavi che, fin da ragazzo, per dare priorità alla sussistenza della famiglia e anche perché non ti piaceva studiare, hai frequentato solo fino alla terza elementare, badando, in inverno, alla stufa a legna della scuola e portando mezzo chilo di burro alla maestra.

Pur volendoci un mondo di bene, i nostri caratteri, così diversi, ci hanno reciprocamente dato qualche momento di sofferenza quando l’uno non capiva l’altro. Eppure, mi rendo conto, caro papà Livio, quante cose belle e importanti mi hai lasciato in eredità.  Spero di averti lasciato anch’io qualcosa di me. Dopo è arrivato il tempo della pensione per motivi di salute. Nel mentre, l’intercalare di quando ti arrabbiavi è sparito e mi chiedevi di portarti ogni domenica la comunione…

Sì, sei stato un padre severo e al contempo un “papà capolavoro” a motivo di quell’amore così originale che mal celavi nella tua riservatezza. Eri anche ilare, ti piaceva scherzare e lo hai fatto fino all’ultimo in Ospedale a Pordenone, quando hai chiesto a mia moglie Sofia, che stimavi tanto, di farti la barba e, accompagnandola con le tue battute, hai fatto ridere tutta la camerata. Poi, subito dopo, d’improvviso, richiamato dal cielo, hai chiuso gli occhi e te ne sei andato per sempre. Oggi, papà, ti abbraccio semplicemente nell’attesa di poterci parlare, senza limiti nell’intimità del giorno che non conosce tramonto, mentre ringrazio ancora te e mamma per avermi dato il privilegio di vivere in questo mondo.

In mezzo alle vicissitudini passate, presenti e future, i nostri padri, queste persone comuni che facilmente verranno dimenticate, che non godranno di nessuna gloria se non nell’intimo del nostro cuore, sono le radici sacre che dobbiamo rivisitare e mantenere vive. Molte cose che non abbiamo capito prima, a motivo dei nostri reciproci limiti o, semplicemente, perché non eravamo pronti, si possono comprendere ora e migliorare con la nostra esperienza presente. Le eredità educative ricevute dai nostri padri stanno comunque incidendo ancora nella nostra storia proprio perché ci hanno dato la vita. Come san Giuseppe, i padri sono chiamati ad agire nel nascondimento e nella fedeltà ad un impegno quotidiano spesso non facile ma che, una volta assunto, è indelegabile. Ogni padre può realizzare la particolare, sacra vocazione nel fare della propria vita un servizio di comprensione e di fermezza, senza mai smettere di sognare, guardare più in là con la speranza di un futuro migliore per i figli. I nostri padri sono persone che, tra ricchezze e povertà, più o meno consapevolmente sono stati chiamati ad essere espressione di una paternità divina e universale che abbraccia e deve accompagnare ogni figlio.
«Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti. Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri» (cfr. Patris corde 7).
Mio padre, i nostri padri credo continuino ad esserci vicini ripetendoci, con le diverse espressioni caratteristiche, “Non temere, non avere paura”, perché coscienti dei compiti che ci attendono a nostra volta, ovvero chiamati ad essere pienamente figli ma contemporaneamente pienamente padri. Siamo invitati a testimoniare questo nella quotidianità: anche se oggi tutto sembra deludere, è proprio ora il momento favorevole, il tempo del riscatto della salvezza. Non si tratta prioritariamente di fornire beni materiali, quanto un’autorevole presenza attinta nella fede, che non è opzionale.
Dove esiste un ostacolo, una pietra che ci divide dai nostri padri o dai nostri figli, basta perdonare. Non è facile vincere l’orgoglio ferito, perdonare le offese ma, oltre l’orgoglio, c’è la luce liberante della resurrezione, di un abbraccio atteso da entrambi: bimbo e papà forse dormono ma non sono mai morti.
 

GRAAL

Rischiano i figli

di abortire l’origine

Parola strangolata 

dalle parole

luna divelta sulla pietra

dall’agonia delle anime:

basta solo una folata

di vento malvagio.

Spingiamo l’Amore all’estremo

alla prostituzione

eppure il grappolo 

mai rinnega se stesso vivente 

in ogni grano

            andirivieni di vino

fra terra violentata e promessa.

Avrò labbra di Graal pronte

al sapore del tuo nettare?

 ∼ Massimo Buset, poeta e scrittore pordenonese ∼

 

(In foto da sinistra: mamma Renata con la piccola Clara, nonna Maria, papà Livio e Massimo).






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