Parola del giorno

25 Feb 2020


Il bambino che è in noi

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Parole del Santo Padre

Nella strada che Gesù ci indica per andare avanti il servizio è la regola. Il più grande è quello che più serve, quello che più è al servizio degli altri, non quello che si vanta, che cerca il potere, i soldi, la vanità, l’orgoglio. (Santa Marta, 17 maggio 2016)

Commento di don Luigi Maria Epicoco

Una cosa molto strana accade nel Vangelo di oggi, ma in questa faccenda strana c’è anche una chiave di lettura illuminante per la nostra vita. Gesù parla apertamente ai suoi discepoli del destino che lo aspetta a Gerusalemme: “«Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni”. La loro reazione è la paura. E la paura la si può vivere in diversi modi. Il modo più sbagliato è quello di non affrontarla, di nasconderla, di volerla soffocare. Quando ci mettiamo a soffocare le domande, l’angoscia, la tristezza che si impadronisce del cuore, molto spesso usiamo mezzi sbagliati. Tra i più diffusi c’è quello dell’affermazione di noi stessi: “«Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”. L’ansia di emergere, l’ansia dei primi posti, della carriera, delle volte nasconde un grande vuoto interiore. Vogliamo affermarci esteriormente perché dentro sperimentiamo un grande vuoto esistenziale. Fare questo è un po’ come un antidolorifico rispetto a un dolore immenso che ci abita, ma questo non porta nessun vantaggio vero ma solo un illusorio sollievo momentaneo. Sulla stessa scia usiamo il denaro, il possesso delle cose, la sessualità, il cibo. Tutte queste cose a volte nascondono un vuoto interiore che tentiamo di colmare con l’uso di questi mezzi. Gesù nel Vangelo di oggi dice chiaramente che non affrontare la paura che ci abita ci rende infelici e che soltanto recuperando l’atteggiamento di un bambino potremmo venirne fuori: “Preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»”. Non bisogna soffocare il bambino che in noi ha paura, ma accoglierlo, infondergli fiducia. Non è forse questo il ruolo dell’Amore di Dio? Non è forse più efficace il Suo abbraccio più di ogni carriera?






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