QualBuonSogno

19 Mag 2021


La dolce lingua degli angeli

(In tenga Bithnua)

Subito dopo, mentre essi avevano gli occhi rivolti verso quel rombo e pensavano fosse un segno del Giudizio, si udì d’improvviso una limpida voce che parlava nella lingua degli angeli: Haeli habia felebe fae niteia temnibisse salis sal. Cioè: “Ascoltate questo racconto, figli degli uomini: sono stato mandato da Dio per dialogare con voi.

Nella letteratura monastica irlandese troviamo un piccolo gioiello di immagini, posto all’intersezione tra liturgia e vita. Si tratta dell’In tenga Bithnua (La lingua sempre nuova), un antico testo medievale, in cui un monaco di undici secoli fa immagina che almeno una volta (in un’ultima notte di Pasqua) possa realizzarsi la totale riconciliazione dell'universo. E questo avviene in un dialogo, che è anche una bella riflessione sul senso della lingua e della parola. Questo antico testo è infatti il racconto del misterioso dialogo che si svolge tra interlocutori che parlano lingue diverse: quella degli uomini e una lingua misteriosa, per noi indecifrabile, che ci porta al di là di questo nostro mondo sublunare per condurci nel mondo delle potenze angeliche, della loro conoscenza e della carità che sempre lì abita. È la lingua che si parla in cielo, che tutti gli esseri viventi (piante, funghi, animali…) - tranne l’uomo, troppo invischiato nel contingente - comprendono, e che tutti parleranno il giorno del Giudizio.

“Lae uide fodea tabo abelia fab. Ambile bane bea fabne fa libera salese inbila tibon ale sibona fuan...”.

È un dolce idioma che sembra portare l’eco di vocalizzi liturgici, profumato di incenso, sonoro come una melodia gregoriana e senza tempo come le parole antiche, le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Il mondo angelico è particolarmente caro a noi monaci, perché, come loro, anche noi siamo chiamati a ricercare il volto dello Splendore Eterno, a vivere in armonia l’un l’altro, ed è questa la ragione per cui nei racconti celtici sono spesso queste creature, assieme agli animali i più vicini compagni dei monaci. Ma gli angeli ci interrogano anche sul nostro modo di comunicare, sul nostro costruire il mondo attraverso parola, gesti e linguaggio.

Devo essere sincero: da quando lavoro con il mondo monastico celtico, mi si è inaspettatamente aperto il mondo delle lingue, della loro codificazione, del modo fragile in cui si conservano e si custodiscono: il greco, il latino, l’inglese antico… Lentamente scopro che ogni lingua custodisce un mondo segreto, che ci rende più sensibili al nostro mondo interiore (lingua degli angeli) e al mondo degli altri (lingua umana). Un tocco che ci dice chi siamo, che ci racconta la nostra storia, che ci parla delle aspirazioni profonde di tanti uomini e donne che ci hanno preceduto e nelle cui impronte poniamo i nostri passi… Una lingua, ci dicono i monaci celtici e ci dice l’anonimo autore dell’In tenga Bithnua, è un corpo magico e fragile, da maneggiare con cura… Ho scritto allora nel mio dialetto (il piemontese), una piccola poesia che parla proprio del rapporto tra angeli e monaci. E una piccola condivisione personale, ma che spero possa essere anche un invito a mettersi in ascolto dell’infinita ricchezza della parola e della lingua che abita la storia di ciascuno di noi:

An toca andé an gir tapà con ‘na ròba ëd lus,

com’na steila an mes le nivole

inghindé ëd vel, ëd bianch, ëd fiur,

përché a soma i tòi servent,

messagé del Signor dij vent,

d’Chiel ch’a parla drint a fiame ëd feu,

d’Chiel ch’an ha ciamà a la vita dij angel,

ma al dÍ d’ancheuj a s-ciaro nen

ant ël mè còrp ij tò color fiamengh.

-Tamne angelòt -

 

COME PICCOLI ANGELI: Bisognerebbe andare in giro vestiti con un abito di luce, / come una stella tra le nuvole/ agghindato di veli, di bianco, di fiori, / perché siamo i tuoi servi, / messaggeri del Signore dei venti, / di Colui che parla tra le fiamme di fuoco, / di Colui ci ha chiamata alla vita degli angeli, / ma oggi non vedo ancora/ nel mio corpo i colori dei tuoi uccelli splendenti.






ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.









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