GUARDO... TI VEDO... MI VEDI?

Gli occhi
Cu-cù! È il gioco che da piccoli ci affascina, lo scomparire e il ricomparire di un volto.
Cresciuti lo riviviamo con gli amici nel scondicuc – nascondino dove ci facciamo cercare.
È sempre un gioco di sguardi, quello che ci attrae l’un l’altro, soprattutto all’inizio di una relazione con una persona nuova.
All’inizio sei un piccolo segno, un puntino quasi invisibile, o un nome tracciato in nero su un elenco candido.
In realtà sei un sogno, una possibilità, o comunque qualcosa che va oltre le mie parole per definirti.
Che tu mi sia figlio o allievo la realtà non cambia, l’attesa che vivo è densa di emozioni, di fantasie, di progetti.
Che come genitore mi capiti una o più volte nella vita, o come educatore accada ogni anno, so che la scelta, più o meno consapevole, di accoglierti, di giocarmi in questa nuova relazione, non mi permetterà di restare quella che sono ora.
È un tempo, quello dell’attesa, che mi predispone all’incontro che apre ad orizzonti inaspettati, che mi farà percorrere sentieri mai intrapresi, perché la relazione con te mi farà nuova!
In effetti questo accade già mentre ti aspetto, mentre entrambi ci stiamo preparando all’incontro.
L’immagine che abbiamo l’uno dell’altra è ancora sfumata, e determinante sarà il momento in cui ci troveremo viso a viso, proprio per questa sua perfettibilità.

Sapere che sei maschio o femmina non dice molto di te, è come dire che l’aquilone è giallo o verde, o la rosa è rossa o viola. Ciò che mi farà riconoscere quell’aquilone o quella rosa o te come “l’attesa” o “l’atteso”? Lo dice bene il Piccolo Principe[1] alle rose del giardino:

“Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda… Un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché' è lei che ho innaffiata… è lei che ho messa sotto la campana di vetro, che ho riparata col paravento. Su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). È lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”

E, sottolinea ancora la volpe:

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

È il primo sguardo che ci legherà, in quella relazione che chiederà tempo, lentezza, gesti e immobilità, parole e silenzi, per manifestarsi, per precisarsi, perché sarà esperienza “personalissima”.
E per questo io non sarò più “il genitore di un bambino” o la “maestra di una bambina”, ma sarò E. mamma di I., oppure E. maestra di I.
Ci guarderemo, e i nostri occhi ci agganceranno per sempre, in un legame che rimarrà anche quando il tempo creerà distanze tra noi.
Ci guarderemo e vedremo cose possibili solo a noi, perché quello sguardo pronuncia due parole esistenziali: “Ti vedo!”.

Quel primo sguardo dà diritto di esistenza alla nuova creatura che siamo! Anche nell’incontro tra adulti è possibile che questo accada.

È l’esperienza quotidiana che vive Francesca, un’amica, negli incontri che avvengono sul campo che lavora e nei tempi della vendita dei prodotti.

Ciascuno si presenta a lei con bisogni ben concreti: chi della bietola, chi dei cipollotti, chi della lattuga tenera di primo taglio… e nascono dialoghi interessanti.

 “Ma come fai ad essere sempre così gentile?” le chiede un giorno una cliente. 
Non sono sempre gentile, comprensiva si, forse!” risponde Francesca, e poi giustifica il suo atteggiamento con una metafora:

Vi immagino sempre come alberi.
Se davanti ho una persona scortese,
penso ad un albero in gennaio,
penso che solo perché sta attraversando il suo inverno,
non significa che non avrà una bellissima primavera,
penso che oggi non può regalarmi un fiore
non perché non vuole, perché non può...
in inverno gli alberi sono spogli.
Se davanti ho una persona molto, molto gentile, accogliente, comprensiva,
penso che il suo inverno sia stato molto lungo
e allora farò solo più attenzione,
non vorrei essere certo
io il freddo che brucia i germogli.
Se davanti ho una persona anziana,
aguzzerò le orecchie, farò domande.
Ha passato molte stagioni, sa come attraversarle,
ha radici profonde.
allungherò una sedia.
Se invece ho davanti una persona " straniera”,
ecco, lì ci vorrà cura.
Un albero trapiantato rischia di seccare,
attraversa fasi delicate
prima che le radici possano
nuovamente aggrapparsi alla nuova terra.

Mi faccio acqua e mai vento”.

Nel leggerla mi son chiesta quali alberi vede la Raccontadina, così si presenta sulla pagina Facebook, quando incontra le mamme e i papà, i maestri e le maestre, e quanti si occupano di educazione… Saperlo forse ci aiuterebbe a riconoscerci nei nostri sogni e nella pazienza che come adulti dovremmo avere con noi stessi.
E non solo questo.
Lei ci potrebbe insegnare ad assumere uno sguardo che ascolta ogni albero che si veste con i nomi dei nostri “figlie” e “figlie”, ma anche degli adulti che incontriamo.
Si tratta di esercitare l’occhio a divenire capace di leggere oltre quella corteccia sotto cui si proteggono dai nostri sguardi che indagano, che valutano, che giudicano, e talvolta condannano senza possibilità di appello.
Le cose che vedremmo ci potrebbero suggerire di porci accanto ad ogni persona, in crescita a qualsiasi età; di mantenere un passo che accelera e rallenta secondo il loro ritmo; di cercare insieme le risposte alle domande, e di porcele le domande; di essere varchi per cui andare oltre e non barriere che si frappongono; di farci ponti e mai indicazioni, come raccomanda la Raccontadina.
È uno sguardo-ascolto “caldo” quello che lei propone, un guardarsi che dà “vita nuova” ad ogni relazione, e ricrea quella complicità anche educativa (tra famiglia e scuola) che sembra andata perduta.

Ne beneficerebbero le nuove generazioni e - perché no?! - anche noi giovani da più tempo.

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[1]Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupéry






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