QualBuonTempo

10 Mar 2021


RIAPPROPRIAMOCI DEI FRAMMENTI

Che stupore i fuochi d'artificio: restiamo, grandi e piccoli, con il capo rivolto il cielo, gli occhi spalancati e la bocca pronta a esclamare "Oooh!”. E fin qui tutto normale, perché solitamente li accendiamo in occasione di una festa e per un momento, facendoci alzare lo sguardo al cielo, ci distolgono dai pensieri del quotidiano.

Il problema è quando poi andiamo costantemente alla ricerca di questi “scoppi di luce”, di quell’esplosione emotiva che provocano in noi, nel quotidiano, mai paghi, quasi potessimo procedere nella vita solo alla luce di flash!

A volte può sembrare che pause obbligate, come quella di Primavera 2020, siano una lezione sufficiente per farci comprendere che non possiamo reggere nella corsa, che la dobbiamo interrompere, ma per la maggior parte tra noi non è così!

Per reggere il ritmo d’impegni che soddisfano il modo di essere che c’è chiesto, che però avvertiamo non corrispondente a noi, abbiamo bisogno di dosi massicce di adrenalina, sono necessari forti emozioni, avventure straordinarie, viaggi inimmaginabili, che ci facciano tenere il tono alto. Ci servono ansiolitici per gestire il giorno e sonniferi per garantire il sonno; un ritmo che fa essere continuamente connessi, in una rete che più che di relazioni è fatta di onde che sappiamo non molto benefiche, né per la natura né per noi!

E, satura, intasata, stravolta, la natura ogni tanto fa strike, nel senso che s’inceppa, un chiaro segnale anche per noi di farmaci! In un primo momento, questo ci disorienta, ma, convinti che in breve tutto rientra, non ci accorgiamo che cerchiamo soluzioni immediate, con il risultato di accelerare nuovamente il ritmo in modi, in spazi e tempi diversi. Diventa pure una fuga da una quotidianità diversa, da una normalità che sfugge dalla nostra percezione.

Ognuno reagisce in modo personale: chi si butta nella comunicazione per riempire un vuoto, un silenzio che avverte, ed entra in un’overdose con un urgente bisogno vitale di disconnettersi dalle pressanti sollecitazioni mediatiche; altri avvertono ugualmente il disagio, ma limitati nei mezzi per comprendere, si isolano, con conseguente bisogno di sostegno psicologico; altri ancora, iper-eccitati, continuano in grandi discussioni invadendo di parole gli spazi di comunicazione di massa.

Quando la vita sembra andare in “pausa” molti vivono come sospesi nell'attesa di tornare come prima, senza alcuna variazione, come niente fosse accaduto, come se come non ci fosse alcuna lezione da imparare.

Una volta finita quella che sembra una sospensione temporale della normalità, continuano con lo stesso ritmo.

Alcuni entrati in overdose da comunicazione, una volta prese le distanze scelgono di sostare per leggere quanto accade, per capire il messaggio nascosto, per offrirsi una possibilità di riformulazione, come persone, come famiglia e come società, e non sarà per loro occasione perduta, tempo sprecato, vita non vissuta.

Alla scuola della vita, aperta 366 giorni l’anno, 24 ore su 24, sette giorni su 7, e 12 mesi su 12, pioggia e sole, brezza e vento, sereno e tsunami, caldo e freddo, siccità e allagamenti, nuove fioriture e cadute, sono occasioni che continuamente si ripropongono!

La lezione è sempre in atto, sempre nuova nel suo ripetersi! I concetti, anche i più complessi, sono resi con parole che anche i “semplici” possono comprendere, anzi, a volte capita che sono proprio i cervelloni a non comprendere nella loro supponenza!

A questa scuola tutto parla, ma “noi che impariamo alfabeti” a volte non capiamo, non sappiamo leggere gli eventi, non “sappiamo leggere gli alberi” [1], scrive Erri De Luca:

Le querce sono romanzi,
i pini sono grammatiche,
le viti sono salmi,
i rampicanti proverbi,
gli abeti sono arringhe difensive,
i cipressi accuse,
il rosmarino è una canzone,

l’alloro è una profezia”.

È nella natura che incontriamo ritmo vero della Vita, il giusto valore del tempo, la pace; una profonda pace interiore – afferma Wolfgang Fasser dall’Eremo di Quorle e se a volte la natura ci provoca con i suoi silenzi, con la sua apparente immobilità, è per aiutarci a farci uscire dalla prigionia del nostro modo di pensare, per imparare ad accogliere l’inatteso”.

E gli alberi?

“Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori – dichiara Hermann Hesse – Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti.  E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell’infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un’unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto (…)” [2]

Dagli alberi possiamo imparare molto: quando il tempo di trattenere e quando il tempo di lasciar andare; quando è il tempo di impegnarsi per dare il frutto e quando è il tempo di sostare, di riposare; quando il tempo di radicarsi e quando è il momento dell’essere sradicati, di portare le nostre radici altrove!

Ogni autunno porta in sé la primavera, e ogni foglia che cade prepara il posto a quella che verrà!

Tutto ha importanza, niente va scartato, ogni cosa ha il suo senso, come ben dice il poeta Fernando Pessoa.

“Benedetti siano gli istanti,
i millimetri e le ombre delle piccole cose”.

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[1] Erri De Luca, Tre cavalli, 1999

[2] Hermann Hesse, La lezione degli alberi






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